Menadi e Janare: donne tra miti e folclore
(Una introduzione al libro non ancora scritto)
Ulrich Molitor, De Lamiis et Pythonicis Mulieribus, 1489
Fin da piccola ho subito il
fascino dei racconti su quelle figure un po’ ambigue che ancora oggi suscitano timore
nei più anziani: le Janare. Figure del nostro folklore, spesso associate
tout court alle streghe e con esse con-fuse in una espressione sentita
tante volte: “Le streghe qui a Benevento si chiamano Janare”. Quasi a
rivendicare inconsapevolmente una identità specifica, a volerne ritagliare uno
spazio speciale ristretto, spazio che invece condivide con altre figure
folkloriche simili, al di là delle differenze appunto locali, lungo tutto
l’Appennino e oltre, anche fuori dalla penisola.
Sulle Streghe si è scritto
tanto e ancora si scriverà. Di rimando anche le Janare suscitano sempre più
attenzioni da cui scaturiscono articoli, saggi, romanzi e di recente anche
produzioni cinematografiche. Mentre però conquistano più visibilità allo stesso
tempo si confondono ancor più nell’immaginario delle Streghe.
Questa introduzione ad un
testo che non ho ancora scritto e che giace tra appunti, spunti di
approfondimento, verifiche di citazioni, brani da tradurre e ricerche da
completare, rientra nei tantissimi tentativi di indagare un fenomeno su cui non
ci sarà mai un’ultima parola e che, invero, non dovrebbe mai averne in quanto
espressione di quella umana ricerca di senso con cui ogni essere umano prima o
poi deve fare i conti e che, come le mutaforme Janare, è trasformista, pur
cambiando nel tempo conserva e trasmette ciò che non muta ed eternamente
ritorna.
Ora, anche io, insieme a
centinaia di altri e mi auguro anche migliaia di qui a venire, mi azzardo a
fare le mie ipotesi, a dare forma a delle intuizioni, ad ordinare qualche
conoscenza appresa da chi prima di me ha tentato l’opera.
Ringrazio Pasquale
Sarnataro, che coinvolgendomi nel Progetto Samnitium Fabulae mi
ha costretta ad indagare su possibili collegamenti tra Janare e Menadi
e sulla presenza della danza come possibile forma rituale. Lo ringrazio per la
fiducia e soprattutto per lo spunto, avendomi così costretto a cominciare a
scrivere, iniziando un percorso di cui seppur non vedrò la fine, darà voce, tra
le tante più autorevoli, a quelle di una ragazzina affascinata che nei lunghi
viaggi solitari sui treni regionali che la portavano a Napoli progettava di
fare una tesi sulle Janare quando erano ancora poco note e ignorate dal mondo
accademico e dalla ricerca ed erano ancora temute da alcuni miei concittadini.
Il mio pensier attuale è che
le Janare non dovrebbero essere assimilate in toto alle Streghe, come si fa
oggi. Sono un fenomeno folklorico consegnatoci dall’oralità e che condivide
alcuni tratti con altre figure folkloriche locali distribuite in un vasto
areale. Infine, pur se emerge dagli stessi spazi e dalle stesse stratificazioni
storiche e culturali da cui ci viene consegnata la figura della strega, spesso
intrecciandosi l’un l’altra, ritengo le Janare un relitto più arcaico, meno
elaborato culturalmente, profondamente legato al mondo agrario e a quello
selvaggio, e azzarderei che forse possa
essere un relitto di culti più antichi di quanto in genere si faccia risalire
l’origine delle Janare stesse provenienti da tempi in cui sciamanesimo e animismo
possono essere stati alla base dei culti storici. Molti autori, soprattutto
locali, etichettandole come Streghe di Benevento, ne datano la nascita al
periodo longobardo o all’arrivo del culto di Iside in città. Qualcuno accenna
al mondo classico per la presenza sul territorio del culto di Dioniso, quasi
nessuno si spinge fino al periodo ‘italico’, vista la scarsità, al momento, di
tracce archeologiche o fonti. Difatti la mia è più una intuizione e
naturalmente una ipotesi alla ricerca di prove.
Le Janare sono Streghe?
Quando parliamo di Janare
dobbiamo distinguere da una parte le figure mitologiche e dall’altra le donne
reali accusate di esserlo, sia che si riconoscessero in queste figure sia che
non si riconoscessero come tali. Lo stesso è accaduto con l’etichetta di
‘strega’: una parola ombrello che ha inglobato le tante donne accusate di
esserlo. Una precisazione: parlo di streghe prettamente al femminile pur
se nella Caccia alle streghe vi sono finiti tanti uomini, eretici, ebrei e
altre categorie invise alle società dell’epoca. Resta il fatto che il numero di
donne coinvolte, pur se ridimensionato negli ultimi tempi, resta fortemente
preponderante.
Come le streghe, anche le
Janare sono state accusate di avere dei poteri temibili. Ad esempio quello di
mutarsi in forma animale, oppure farsi vento e entrare di notte sotto le porte,
saltar sul petto e tentare di soffocare il malcapitato o la malcapitata,
“torcere’ i bambini e risucchiare loro la vita, oppure sfiancare i cavalli per
lunghe cavalcate e intrecciare le loro criniere, creare tempeste e brutto tempo
per devastare i raccolti… Questi poteri non necessariamente derivavano da un
patto con il diavolo: la malevola intenzione di una Janara che, come farebbe un
incubo o un succubo, viene di notte a togliere il respiro, si
tramuta in protezione fedele per la famiglia se la si cattura correttamente
pronunciando la giusta formula, una formula che farebbe paura anche a fate,
folletti, gnomi e a tutto il Piccolo Popolo. Questi aspetti sovrumani, come
pure la capacità di volare, condiviso con le streghe, rendono la Janara una
figura mitologica, qualcosa di più prossimo a le cosiddette ‘entità’ non umane
le quali possono possedere momentaneamente una forma o un corpo umano, ma
appartengono ad un mondo ‘altro’ e forse ‘altrove’. Un mondo prossimo a quello
‘reale’, che si sovrappone allo stesso spazio condiviso con gli umani e che si
svela in visioni, allucinazioni, sogni, abbagli, miraggi, illusioni percepite
da chi si imbatte in questi fenomeni non come fantasie, ma reali e spesso
terribili, e non necessariamente dopo un uso consapevole o rituale di sostanze
allucinogene.
Invece, le donne additate
come janare, così come quelle accusate di essere streghe, spesso
vivevano ai margini della società. Potevano essere madri, spose, figlie,
sorelle, nonne e non le riconoscevi finché non le incontravi alla messa di
Natale, aspettando l’ultima donna che non riusciva ad uscire dalla chiesa finché avevi una falce
nascosta sotto il cappotto. Le donne considerate Janare (o streghe) conoscevano
erbe e rimedi, erano ostetriche e potevano praticare aborti, erano guaritrici e
fattucchiere, tutto il mondo femminile che sembrava sfuggire al controllo delle
società che ci hanno preceduto poteva finire nella categoria della Janara, così
come in quella della Strega. Era, anzi, moralmente giustificato accusare una
qualche donna ribelle, sola, pazza, troppo bella o troppo brutta, troppo ricca
o troppo povera, semplicemente perché fuori dagli standard accettati, a
dispetto dei servigi che la comunità aveva richiesto loro nel momento del
bisogno. La Caccia alle Streghe si è rivelata, infatti, una valvola di sfogo
per le fasce più deboli della società potendo scaricare le proprie frustrazioni
contro quelle fasce ancora più subalterne o emarginate, attraverso una profonda
ambivalenza oscillante tra bisogno e impotenza nel momento di necessità, quando
ci si rivolgeva a queste ‘femine’, e prevaricazione ed esercizio di
potere nel momento di affrancarsi da una presunta dipendenza o proiettando la
propria impotenza su di loro, che a dispetto dei poteri che si ritenevano
avessero, non erano in grado né di difendersi, né di salvarsi fuggendo o
liberandosi dei propri detrattori e accusatori.
Le Janare sono
sovrapponibili, quindi, alle Streghe solo in parte, ovvero nel confluire in una
sorta di etichetta, a torto o ragione, applicabili a quelle donne sospettate o
accusate di pratiche ritenute illecite dalla morale religiosa e sociale dei
tempi. Etichette anche intercambiabili tra loro, almeno nel nostro territorio,
applicate però su donne reali, che per questa identificazione hanno subito
emarginazione, miseria, processi, torture e in alcuni casi la morte.
A livello di immagine
mitica, invece, Janare e Streghe pur intrecciandosi su alcuni aspetti, sono
figure diverse che esprimono delle importanti differenze.
Infatti, anche se Streghe e
Janare in alcuni casi si confondono (ad esempio anche le Janare volavano al
Sabba sotto il noce di Benevento, come tutte le streghe d’Italia che non
preferivano il Tonale) e condividono gli stessi sostrati storici-culturali,
offrono una narrazione mitica con personaggi e funzioni diverse allo scopo di
permettere agli esseri umani di affrontare paure, pulsioni, ambivalenze,
necessità e senso di impotenza di fronte alle forze soverchianti della Natura e
del Caso, ridefinendo il Caos o il Male attraverso la narrazione mitopoietica
che assegna ruoli, ordina le parti, dà un senso e un colpevole alla perdita,
alla malattia, all’ingiustizia.
L’immagine della strega che
si è cristallizzata agli albori della contemporaneità, rintracciabile in parte
sull’etichetta del famoso liquore Beneventano, ovvero una vecchia, brutta,
raggrinzita, bitorzoluta, dall’aspetto trasandato e dedita a compiere malefici,
con in testa un cappello a punta e a cavalcioni su una scopa di saggina (anche
il personaggio della Befana andrebbe tenuto distinto da quello della strega), è
solo la penultima versione che il mito, la storia, la cultura, l’arte e
soprattutto la Caccia alle streghe ci hanno consegnato. Esse, infatti, sono
principalmente il prodotto elaborato proprio dalla Caccia alle Streghe.
Manuali, verbali, sermoni, testimonianze e confessioni hanno finito per
categorizzare e catalogare tutte le esperienze considerate pericolose ed
eversive per la società. Va precisato che per l’Inquisizione la strega davvero
pericolosa era quella che si poneva contro la religione, l’apostata, l’eretica
(insieme ai tanti eretici maschi), quella che capovolgendo istituzione e
dottrina, adorasse altro o fosse in una sorta di ‘religione in antitesi’. In
questo immenso “calderone”, quindi, confluirono riti e miti pagani, pratiche e
medicina popolari, superstizioni, relitti folclorici e umane miserie. Trovarono
posto gli heka egizi e le defictiones romane sotto altro nome, le
fattucchiere citate nella Bibbia facevano compagnia alle Lamiae, alle Strix
e alle vetule offrendo i propri attributi, rintracciabili nei testi
classici, alla costruzione dell’immagine della strega oltre a darne anche il
nome (strix-striges), così come Medea e Circe furono probabilmente il
modello con cui gli inquisitori riconoscevano in Finnicella o in Matteuccia da
Todi il prototipo della strega da condannare. Così dalle streghe di Salem, ai
personaggi letterari e artistici, da Cecilia Faragò alle pubblicità o alle attuali
seguaci della Wicca, l’immagine della strega si è formata ed è evoluta in una
sorta di dialogo continuo tra i vissuti reali delle cosiddette streghe e
l’elaborazione storica, culturale, sociale e teologica che mano a mano le
definiva, le catalogava, per poi rimandarle nuovamente nella società e ridefinirle
di nuovo, finché le donne reali additate come streghe e come tali vessate, non
sono state soppiantate da quelle dei romanzi, dei dipinti, dell’arte, tornando
in qualche modo ad essere una figura ‘mitica’, appartenente ad un ‘altrove’, un’etichetta che oggi non fa più paura, forse
perché sono venute meno le condizioni per cui gli esseri mani avrebbero dovuto
temerle o forse perché la storia e la produzione artistica e letteraria ne hanno
fatto un personaggio relegato in un mondo diegetico.
Le Janare sono un altro
fenomeno degno di studio approfondito, ripescandolo dal mare magnum
della figura della Strega per restituirgli la sua specificità. I racconti sulle
Janare occupano lo stesso tempo diacronico e lo stesso spazio di quello sulle
streghe, ma è probabile che sia stato questo ultimo mitema a colonizzare
un’area originariamente non propria. Le Janare come prodotto folklorico
potrebbero, invece, essere molto più arcaiche e provenire da tempi tanto remoti
quanto quelli delle le fiabe.
Inoltre separerei il mitema
Janara dalle donne così indicate. Certamente queste donne potevano far guarire
o ammalare, dare rimedi o intrugli, far nascere o morire, ma non potevano
trasformarsi in vento, né volare grazie ad un unguento. Se si trattasse poi di
allucinazioni causate da sostanze psicotrope o voli sciamanici o fossero
entrambe le cose non è semplice dirimerlo.
Un eventuale origine sciamanica, oltre a gettarci in un mondo mitico
molto antico, ci potrebbe far azzardare anche una sorta di culto riservato a
pochi, come è appunto nello sciamanesimo. E cosa dire della formula per
imprigionare la Janara e metterla al proprio servizio come un folletto
qualunque? Essa, infatti, come le Fate (janas in sardo) e gli abitati
del Piccolo Popolo temono il ferro, sono dispettose e vendicative, sono
pericolose, reclamano rispetto e le persone le temono e ne tabuizzano il nome,
mentre compiono gesti scaramanzie o usano protezioni. Sono personaggi che
appartengono ad un immaginario popolato da Potenze che hanno la possibilità di
favorire la vita o rovinarla, in un mondo, quello agrario, dove l’alea è
continua, dove ai propri possibili errori si sommano i capricci di entità che
abitano gli stessi luoghi, forse solo un po’ più selvaggi e impervi, e se ne
percepisce la presenza e la potenza.
Nel nostro territorio poi,
per raggiungere un sostrato più antico, ovvero
quello dove poter collocare la possibile origine sciamanica del fenomeno, va
fatto uno sforzo per distaccarsi dalla possibile origine delle leggende delle
streghe ascrivibile ai Longobardi o alla presenza di Iside in città. Sono
stratificazioni importanti che hanno rinnovato la linfa vitale delle leggende,
ma che hanno favorito più la nascita della leggenda delle streghe che delle
Janare, creature di vento e legate alle acque. Arretrando, c’è il mondo greco
romano e quello italico. Storicamente è difficile andare più indietro con le
fonti oltre il periodo greco-romano. Ma proprio qui troviamo un culto che presenta
molti elementi che sono confluiti nell’immagine della strega e alcuni anche in
quelli della Janara: il menadismo, ovvero il culto di Dioniso/Bacco qui
in Italia.
(continua...)

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