Carnevale è morto, viva
Carnevale!
Fenomeno estremamente
complesso, il Carnevale si sovrappone, si reinventa e si conserva nel
rielaborare quegli elementi arcaici e quei bisogni primordiali che ‘travestiti’
sotto maschere e colori, dispersi tra risate, canti, balli e musiche assordanti
giungono fino a noi ancora riconoscibili.
Il Carnevale è un periodo di
festa non istituzionalizzata, pur se riconosciuta ed accettata nei paesi a
prevalenza cristiana, dalla durata non uniforme che abbraccia il periodo che
precede il ‘Mercoledì delle Ceneri’, ovvero della Quaresima. Il termine è usato
anche per indicare solo gli ultimi giorni di festa o i giorni del ‘Giovedì’ e
‘Martedì Grasso’.
La maggioranza degli
studiosi propende per l’origine cristiana della festa ed interpretano
etimologicamente il Carnevale come il momento in cui si ‘toglie la carne’, dopo
l’ultima abbuffata del Martedì Grasso, prima che inizi il tempo di astinenza,
rinuncia, sacrificio, ritiro in se stessi della Quaresima. Essi considerano il
Carnevale solo la festa presente nei paesi cristiani e lo ritengono non
assimilabile ad esso alcuna altra festa che, pur avvenendo alle porte della
primavera, implichi mascheramenti e travestimenti, canti, balli, sfilate, orge
alimentari, mimiche di lotte, falò di un qualche personaggio, allontanamento o
uccisione più o meno simbolica di capri espiatori. Eppure, le crociate che
spesso alcuni cristiani fanno contro il Carnevale e contro Halloween ponendoli
sullo stesso piano di condanna, sono paradossalmente il riconoscimento
indiretto delle sue radici pagane e arcaiche. Alcuni riservano a queste feste
la stessa condanna morale che in passato la Chiesa ha attuato contro il teatro,
che, non a caso, condivide con entrambe l’uso della ‘maschera’ e il
capovolgimento della realtà. in effetti, la Chiesa non ha assegnato alle due
feste alcun evento importante nel calendario liturgico, anche se il Carnevale è
stato istituzionalizzato nel tentativo di controllarne gli eccessi. La cosa
interessante è che entrambe le feste si pongono in due momenti dell’anno
(agricolo) assimilabili a ‘porte’: una aperta verso il riposo dell’inverno e
l’altra verso il lento risveglio della primavera.
Il Carnevale, però, copre un
periodo più lungo rispetto ad Halloween, che si consuma in una notte. La durata
del Carnevale, infatti, varia a secondo che lo si faccia iniziare il giorno di
Santo Stefano, cioè il 26 dicembre, quello dell’Epifania (6 gennaio), la
Domenica di Settuagesima, cioè settanta giorni prima di Pasqua o il più diffuso
17 gennaio, quando la chiesa festeggia sant’Antonio Abate con un falò e con una
tradizionale benedizione degli animali. Inoltre, in alcune tradizioni il
Carnevale termina oltre il Mercoledì delle ceneri. Ad esempio, il Carnevale
Ambrosiano termina con il ‘sabato grasso’ e altrove è diventato appuntamento
fisso oltre il limite canonico dissociando definitivamente il Carnevale dal
calendario liturgico e conclamandolo festa a se stante, profana, fuori anche
dal calendario secolare.
Giovanni Domenico Ferretti Arlecchino e Colombina.
Il tempo della festa.
La questione del tempo della
festa e quindi del ‘periodo carnevalesco’, al di là dei differenti momenti di
apertura e di chiusura, ci ricorda quanto fosse importante in passato la
scansione del tempo e la divisione tra tempi sacri e profani ad informare la
vita delle persone. Il tempo era ‘visibile’ nello scorrere delle stagioni e il
tempo vuoto dell’inverno, in attesa di un nuovo ciclo, di una nuova rinascita,
offriva lo spazio per festeggiare liberi dai lavori dei campi. Il periodo
coperto dal Carnevale si sovrappone e riprende elementi da più di una festa del
mondo romano, che a sua volta aveva assimilato culti e rituali esotici e
traghettato altri ancora più antichi. Anche se quelle feste si susseguivano dal
nostro 25 dicembre fino al nostro Marzo, con il suo equinozio di primavera, il
Carnevale sembra aver sintetizzato i saturnali, i lupercali, le antesterie,
il navigium Iside, i rituali di purificazione, di rinnovamento del cosmo
(dal caos) e di fertilità, che avvenivano nel cuore dell’inverno e a ridosso
dell’inizio della primavera, quando la luce comincia ad aumentare giorno per
giorno sconfiggendo l’oscurità.
Bisogna però fare una
distinzione. Esiste tuttora un Carnevale rurale accanto a quello che potremmo
definire ‘urbano’, ovvero quello vicino alla nostra esperienza; il primo è
radicato fortemente nella tradizione agricola e l’altro si è staccato da quella
secoli fa e si è evoluto in manifestazioni in parte diverse rielaborando i
contenuti originari. Nel nostro quotidiano, infatti, il Carnevale ha perso la
sua ‘sacralità’ di tempo di rifondazione di un nuovo ciclo. Si riduce sempre
più ad una festa per i bambini, un gioco, una finzione che avendo perso il suo
senso non può ricreare. In fondo, nato in un contesto agricolo ed evolutosi in
ambito urbano, oggi non è più il ‘tempo della festa’. Le tradizioni che si
erano conservate travestendosi nei secoli si stanno spegnendo. Scherzi, risate, abbuffate, maschere, carri,
falò, coriandoli, finte battaglie, sfilate… sono diventate esse stesse
‘maschere’ vuote. Come un albero a cui sono state tagliate le radici, le radici
del tempo ‘vuoto’.
Il Carnevale morirà quando
l’uomo, perso totalmente il contatto con la natura, non si sentirà più in balia
delle forze oscure dell’inverno, non dovrà lottare con gli altri predatori per
sopravvivere, non dovrà ingraziarsi il favore degli spiriti o allontanare i
demoni, non dovrà temere l’infertilità o i capricci meteorologici da cui
dipende la sua esistenza. Ma forse il Carnevale vivrà solo un altro
travestimento storico. La sua storia dimostra quanto sia duro a morire.
Carnevale, questioni etimologiche
‘Levare la carne’ o portare in processione il ‘carro navale’? La maggior parte degli studiosi propende per la prima interpretazione delimitando storicamente il Carnevale nel mondo cristiano di fine Medioevo. Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" o "carnevalo" si trovano, infatti, in testi del XIII e risulta che a Venezia si festeggiasse già nel 1200. Il Carnevale che conosciamo noi, quindi, nasce sul finire del Medioevo in Italia, in tempo per diffondersi nel mondo cattolico.
Dipinto
a olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio,1559
La festa dei folli precedeva coi suoi eccessi, i suoi bagordi e le sue
licenziosità il momento di togliere la carne per l’astinenza dovuta durante la
Quaresima. Dal Medioevo in poi il Carnevale venne tollerato ed in parte
istituzionalizzato e mantenuto in vita proprio dalla Chiesa. Nella
cattolicissima Spagna le battaglie tra ‘don Carnal’ con ‘doña
Cuaresma’ sancivano la vittoria di quest’ultima, e anche delle istituzioni
religiose, sull'esaltazione del caos e dei rituali che giungevano dal passato.
Eppure, sono ben chiari le radici pagane
del Carnevale che affondano in diverse feste a loro volta rielaborate nel tempo
e diffuse nel vecchio mondo. Si possono riconoscere facilmente le
caratteristiche che il Carnevale ha sintetizzato: ribaltamento sociale,
sfrenatezza dei costumi, ebbrezza e licenziosità, travestimento e maschere,
gare o lotte anche solo simboliche, rituali di fertilità e rituali di
purificazione, falò, orge alimentari, uso apotropaico di alcune maschere e dei
rumori, sospensione dell’ordine costituito… il tutto in un periodo di
‘passaggio’ nel calendario solare e agricolo.
Frammento di barca di Iside Pelagia proveniente
dall'Iseo di Benevento
Chi fa derivare, invece, la parola
Carnevale da ‘carro navale’ lo riporta indietro nel tempo alla celebrazione del
‘navigium Iside’. Una festa diffusa nell’impero romano che prevedeva una
sfilata, con persone travestite e mascherate, dietro un carro a forma di nave
per inaugurare la ripresa della navigazione agli inizi di marzo. Anche nelle Antesterie
dedicate a Dionisio si sfilava dietro un carro su cui era ‘Colui che doveva
rigenerare il Cosmo’. E un’altra nave ancora sfilava su ruote ancor prima
in Sumeria, sempre con il compito di portare in trionfo il rigeneratore
dell’ordine dopo aver dato agio al Caos di ‘ricreare’ il mondo (notare
il senso della parola ‘ricreazione’ in italiano). La nave con il suo
richiamo alle acque della vita e della morte si fa simbolo in queste
celebrazioni legate alla fertilità della terra, al saluto ai morti, alla
rinascita e alla purificazione.
Più si guarda indietro e si allarga lo
sguardo alle civiltà intorno al Mediterraneo (e oltre) e più si ritrovano altre
manifestazioni che nel cuore dell’inverno e a ridosso della primavera
manifestavano questa perdita di controllo controllata più o meno con gli stessi
elementi.
Il biancospino e il corbezzolo erano
sacri alla dea Carnia
Non solo ‘levare la carne’ o ‘carro
navale’, nel termine Carnevale si può ritrovare anche il nome della dea Carna.
Ovidio nei Fasti dice di lei: “Con la sua potenza apre ciò che è chiuso e
chiude ciò che è aperto”. Festeggiata a giugno, era una dea degli inferi
che proteggeva il benessere degli uomini, soprattutto gli organi interni, le
viscere, quindi la vitalità, la vita. La dea era anche sposa del dio Giano, dio
delle porte, dei passaggi, bifronte guarda nel futuro e nel passato. Carna era
la dea dei cardini (delle porte ma anche dei punti cardinali e dell’asse del
cardo). Un’altra curiosità: Carna è anche la dea delle fave e della pancetta,
ritenuti adatti ad irrobustire il corpo. Ancora oggi il Carnevale è associato a
piatti a base di carne di maiale, soprattutto salsiccia, e fino a qualche tempo
fa i dolci si friggevano nel lardo.
Se guardiamo poi al sostrato
indoeuropeo, nel pantheon delle divinità sanscrite si può associare al
Carnevale Kamadeva, il dio dell’amore inteso come desiderio ‘carnale’,
proprio della lussuria, la cui iconografia ricorda Cupido con arco e frecce.
Madan o Kama Deva in una illustrazione
del libro "Voyage aux Indes orientales et à la Chine" di Pierre
Sonnerat ,1782
Oggi la moralizzazione dei costumi ha
ridotto di molto la presenza dell’elemento sensuale nel Carnevale, in passato
molto più presente, anche se in alcuni Carnevali, ad esempio come quello di
Rio, ancora si manifesta e viene esaltata. Kamaveda era il compagno della
Primavera e come altre divinità del mondo agrario, muore e risorge per
permettere alla vita di continuare attraverso la sessualità. Oggi in India c’è
una celebrazione che prevede un falò e una sorta di lotta con i colori, oltre a
balli, canti e divertimento caotico. In pratica un carnevale. Altre feste sono
assimilabili al Carnevale nel periodo pre-primaverile o primaverile che
avvengono con parate, sfilate, mascheramenti o travestimenti di qualche sorta,
musiche, balli, carri, risate e divertimento ma non sono considerati
‘carnevali’ malgrado abbiano origine nel modo in cui l’uomo affronta il
transito fino al rinascere della vita così come faceva qualche migliaio di anni
fa.
La preistoria, con gli sciamani e le
loro maschere di animali a legare i mondi dei vivi, dei morti e degli spiriti,
continua tuttora in linea diretta nei carnevali tradizionali rurali che hanno
tratti comuni anche a distanza di kilometri: i Mamuthones sardi e le
maschere del folklore slavo o quello cantabrico, tedesco e austriaco... si
somigliano fino a confondersi.
In Bulgaria...
Lì dove la natura (montagne e campagna)
è ancora una potenza da temere ed esorcizzare ritroviamo costumi in pelle,
suoni di campanacci, corna, fuochi, lotte o corse, quasi identici. In Germania
si aggiungono alle promesse dell’imminente primavera anche quelle di
matrimonio.
...e in Sardegna
Nel periodo dell’anno in cui c’è un
cambio cosmico, il mondo si ricrea e in questo varco i mondi comunicano (come
ad Halloween). Questi Carnevali stanno scomparendo, intanto attestano ciò che
al di là dei passaggi religiosi e culturali è comune a tutti gli uomini: come
in balia degli elementi l’uomo esorcizzi la paura e dal caos ritrova un ordine,
a Budapest come sui Pirenei. È questo il relitto di una ‘religione’
preistorica? O l’uomo reagisce allo stesso modo di fronte alle stesse
difficoltà?
Voce 'Carnevale' nel Dizionario
Etimologico
Non lo sappiamo. Torniamo alla questione
etimologica. La scelta delle parole implica una scelta di senso e la narrazione
interpretativa, di cui quel senso è la chiave, ci consegna la visione di un
passato diverso a seconda della chiave che scegliamo. Per il dizionario
etimologico la versione ‘carro navale’ non è da accreditare. Eppure malgrado
gli svuotamenti di significati e le trasformazioni e gli spostamenti di senso
attuati nei secoli, la forma si può ancora osservare quasi immutata nel tempo.
Perché quindi fare una questione
etimologica sul Carnevale? Perché la maggioranza degli studiosi lega il
carnevale al calendario cristiano assecondando la teologia che dopo aver
combattuto le feste pagane su cui si era innestato il carnevale lo hanno inglobato,
tollerandolo e quasi incoraggiandolo come valvola di sfogo sociale. Questo però
implica che certi ‘riti’ hanno attraversato il medioevo, inoltre, anche se
spesso vengono ignorati, tali riti appartengono anche ad altre culture lontane
nel tempo e nello spazio dal mondo cattolico.
Il carnevale quindi si mostra fenomeno
complesso e non facilmente riconducibile ad una unica sorgente. Forse è per
questo che anche quando muore poi rinasce e si trasforma senza mai perdere i
sui tratti essenziali: il riso, l’orgia alimentare, la festa, il mascheramento,
il sovvertimento, la partecipazione di ogni strato della società, il falò, la
musica o il rumore. Un condensato di elementi etno-antropologici ognuno dei
quali merita una trattazione a parte.
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