domenica 28 settembre 2025

 

Carnevale è morto, viva Carnevale!

Fenomeno estremamente complesso, il Carnevale si sovrappone, si reinventa e si conserva nel rielaborare quegli elementi arcaici e quei bisogni primordiali che ‘travestiti’ sotto maschere e colori, dispersi tra risate, canti, balli e musiche assordanti giungono fino a noi ancora riconoscibili.

Il Carnevale è un periodo di festa non istituzionalizzata, pur se riconosciuta ed accettata nei paesi a prevalenza cristiana, dalla durata non uniforme che abbraccia il periodo che precede il ‘Mercoledì delle Ceneri’, ovvero della Quaresima. Il termine è usato anche per indicare solo gli ultimi giorni di festa o i giorni del ‘Giovedì’ e ‘Martedì Grasso’.

La maggioranza degli studiosi propende per l’origine cristiana della festa ed interpretano etimologicamente il Carnevale come il momento in cui si ‘toglie la carne’, dopo l’ultima abbuffata del Martedì Grasso, prima che inizi il tempo di astinenza, rinuncia, sacrificio, ritiro in se stessi della Quaresima. Essi considerano il Carnevale solo la festa presente nei paesi cristiani e lo ritengono non assimilabile ad esso alcuna altra festa che, pur avvenendo alle porte della primavera, implichi mascheramenti e travestimenti, canti, balli, sfilate, orge alimentari, mimiche di lotte, falò di un qualche personaggio, allontanamento o uccisione più o meno simbolica di capri espiatori. Eppure, le crociate che spesso alcuni cristiani fanno contro il Carnevale e contro Halloween ponendoli sullo stesso piano di condanna, sono paradossalmente il riconoscimento indiretto delle sue radici pagane e arcaiche. Alcuni riservano a queste feste la stessa condanna morale che in passato la Chiesa ha attuato contro il teatro, che, non a caso, condivide con entrambe l’uso della ‘maschera’ e il capovolgimento della realtà. in effetti, la Chiesa non ha assegnato alle due feste alcun evento importante nel calendario liturgico, anche se il Carnevale è stato istituzionalizzato nel tentativo di controllarne gli eccessi. La cosa interessante è che entrambe le feste si pongono in due momenti dell’anno (agricolo) assimilabili a ‘porte’: una aperta verso il riposo dell’inverno e l’altra verso il lento risveglio della primavera. 

Il Carnevale, però, copre un periodo più lungo rispetto ad Halloween, che si consuma in una notte. La durata del Carnevale, infatti, varia a secondo che lo si faccia iniziare il giorno di Santo Stefano, cioè il 26 dicembre, quello dell’Epifania (6 gennaio), la Domenica di Settuagesima, cioè settanta giorni prima di Pasqua o il più diffuso 17 gennaio, quando la chiesa festeggia sant’Antonio Abate con un falò e con una tradizionale benedizione degli animali. Inoltre, in alcune tradizioni il Carnevale termina oltre il Mercoledì delle ceneri. Ad esempio, il Carnevale Ambrosiano termina con il ‘sabato grasso’ e altrove è diventato appuntamento fisso oltre il limite canonico dissociando definitivamente il Carnevale dal calendario liturgico e conclamandolo festa a se stante, profana, fuori anche dal calendario secolare.


 Giovanni Domenico Ferretti Arlecchino e Colombina.


Il tempo della festa.

La questione del tempo della festa e quindi del ‘periodo carnevalesco’, al di là dei differenti momenti di apertura e di chiusura, ci ricorda quanto fosse importante in passato la scansione del tempo e la divisione tra tempi sacri e profani ad informare la vita delle persone. Il tempo era ‘visibile’ nello scorrere delle stagioni e il tempo vuoto dell’inverno, in attesa di un nuovo ciclo, di una nuova rinascita, offriva lo spazio per festeggiare liberi dai lavori dei campi. Il periodo coperto dal Carnevale si sovrappone e riprende elementi da più di una festa del mondo romano, che a sua volta aveva assimilato culti e rituali esotici e traghettato altri ancora più antichi. Anche se quelle feste si susseguivano dal nostro 25 dicembre fino al nostro Marzo, con il suo equinozio di primavera, il Carnevale sembra aver sintetizzato i saturnali, i lupercali, le antesterie, il navigium Iside, i rituali di purificazione, di rinnovamento del cosmo (dal caos) e di fertilità, che avvenivano nel cuore dell’inverno e a ridosso dell’inizio della primavera, quando la luce comincia ad aumentare giorno per giorno sconfiggendo l’oscurità.

Bisogna però fare una distinzione. Esiste tuttora un Carnevale rurale accanto a quello che potremmo definire ‘urbano’, ovvero quello vicino alla nostra esperienza; il primo è radicato fortemente nella tradizione agricola e l’altro si è staccato da quella secoli fa e si è evoluto in manifestazioni in parte diverse rielaborando i contenuti originari. Nel nostro quotidiano, infatti, il Carnevale ha perso la sua ‘sacralità’ di tempo di rifondazione di un nuovo ciclo. Si riduce sempre più ad una festa per i bambini, un gioco, una finzione che avendo perso il suo senso non può ricreare. In fondo, nato in un contesto agricolo ed evolutosi in ambito urbano, oggi non è più il ‘tempo della festa’. Le tradizioni che si erano conservate travestendosi nei secoli si stanno spegnendo.  Scherzi, risate, abbuffate, maschere, carri, falò, coriandoli, finte battaglie, sfilate… sono diventate esse stesse ‘maschere’ vuote. Come un albero a cui sono state tagliate le radici, le radici del tempo ‘vuoto’.

Il Carnevale morirà quando l’uomo, perso totalmente il contatto con la natura, non si sentirà più in balia delle forze oscure dell’inverno, non dovrà lottare con gli altri predatori per sopravvivere, non dovrà ingraziarsi il favore degli spiriti o allontanare i demoni, non dovrà temere l’infertilità o i capricci meteorologici da cui dipende la sua esistenza. Ma forse il Carnevale vivrà solo un altro travestimento storico. La sua storia dimostra quanto sia duro a morire.

Carnevale, questioni etimologiche

Levare la carne’ o portare in processione il ‘carro navale’? La maggior parte degli studiosi propende per la prima interpretazione delimitando storicamente il Carnevale nel mondo cristiano di fine Medioevo. Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" o "carnevalo" si trovano, infatti, in testi del XIII e risulta che a Venezia si festeggiasse già nel 1200. Il Carnevale che conosciamo noi, quindi, nasce sul finire del Medioevo in Italia, in tempo per diffondersi nel mondo cattolico.



Dipinto a olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio,1559

La festa dei folli precedeva coi suoi eccessi, i suoi bagordi e le sue licenziosità il momento di togliere la carne per l’astinenza dovuta durante la Quaresima. Dal Medioevo in poi il Carnevale venne tollerato ed in parte istituzionalizzato e mantenuto in vita proprio dalla Chiesa. Nella cattolicissima Spagna le battaglie tra ‘don Carnal’ con ‘doña Cuaresma’ sancivano la vittoria di quest’ultima, e anche delle istituzioni religiose, sull'esaltazione del caos e dei rituali che giungevano dal passato.

Eppure, sono ben chiari le radici pagane del Carnevale che affondano in diverse feste a loro volta rielaborate nel tempo e diffuse nel vecchio mondo. Si possono riconoscere facilmente le caratteristiche che il Carnevale ha sintetizzato: ribaltamento sociale, sfrenatezza dei costumi, ebbrezza e licenziosità, travestimento e maschere, gare o lotte anche solo simboliche, rituali di fertilità e rituali di purificazione, falò, orge alimentari, uso apotropaico di alcune maschere e dei rumori, sospensione dell’ordine costituito… il tutto in un periodo di ‘passaggio’ nel calendario solare e agricolo.

 


Frammento di barca di Iside Pelagia proveniente dall'Iseo di Benevento

Chi fa derivare, invece, la parola Carnevale da ‘carro navale’ lo riporta indietro nel tempo alla celebrazione del ‘navigium Iside’. Una festa diffusa nell’impero romano che prevedeva una sfilata, con persone travestite e mascherate, dietro un carro a forma di nave per inaugurare la ripresa della navigazione agli inizi di marzo. Anche nelle Antesterie dedicate a Dionisio si sfilava dietro un carro su cui era ‘Colui che doveva rigenerare il Cosmo’. E un’altra nave ancora sfilava su ruote ancor prima in Sumeria, sempre con il compito di portare in trionfo il rigeneratore dell’ordine dopo aver dato agio al Caos di ‘ricreare’ il mondo (notare il senso della parola ‘ricreazione’ in italiano). La nave con il suo richiamo alle acque della vita e della morte si fa simbolo in queste celebrazioni legate alla fertilità della terra, al saluto ai morti, alla rinascita e alla purificazione.

Più si guarda indietro e si allarga lo sguardo alle civiltà intorno al Mediterraneo (e oltre) e più si ritrovano altre manifestazioni che nel cuore dell’inverno e a ridosso della primavera manifestavano questa perdita di controllo controllata più o meno con gli stessi elementi.

 


Il biancospino e il corbezzolo erano sacri alla dea Carnia

Non solo ‘levare la carne’ o ‘carro navale’, nel termine Carnevale si può ritrovare anche il nome della dea Carna. Ovidio nei Fasti dice di lei: “Con la sua potenza apre ciò che è chiuso e chiude ciò che è aperto”. Festeggiata a giugno, era una dea degli inferi che proteggeva il benessere degli uomini, soprattutto gli organi interni, le viscere, quindi la vitalità, la vita. La dea era anche sposa del dio Giano, dio delle porte, dei passaggi, bifronte guarda nel futuro e nel passato. Carna era la dea dei cardini (delle porte ma anche dei punti cardinali e dell’asse del cardo). Un’altra curiosità: Carna è anche la dea delle fave e della pancetta, ritenuti adatti ad irrobustire il corpo. Ancora oggi il Carnevale è associato a piatti a base di carne di maiale, soprattutto salsiccia, e fino a qualche tempo fa i dolci si friggevano nel lardo.

Se guardiamo poi al sostrato indoeuropeo, nel pantheon delle divinità sanscrite si può associare al Carnevale Kamadeva, il dio dell’amore inteso come desiderio ‘carnale’, proprio della lussuria, la cui iconografia ricorda Cupido con arco e frecce.



Madan o Kama Deva in una illustrazione del libro "Voyage aux Indes orientales et à la Chine" di Pierre Sonnerat ,1782

Oggi la moralizzazione dei costumi ha ridotto di molto la presenza dell’elemento sensuale nel Carnevale, in passato molto più presente, anche se in alcuni Carnevali, ad esempio come quello di Rio, ancora si manifesta e viene esaltata. Kamaveda era il compagno della Primavera e come altre divinità del mondo agrario, muore e risorge per permettere alla vita di continuare attraverso la sessualità. Oggi in India c’è una celebrazione che prevede un falò e una sorta di lotta con i colori, oltre a balli, canti e divertimento caotico. In pratica un carnevale. Altre feste sono assimilabili al Carnevale nel periodo pre-primaverile o primaverile che avvengono con parate, sfilate, mascheramenti o travestimenti di qualche sorta, musiche, balli, carri, risate e divertimento ma non sono considerati ‘carnevali’ malgrado abbiano origine nel modo in cui l’uomo affronta il transito fino al rinascere della vita così come faceva qualche migliaio di anni fa.

La preistoria, con gli sciamani e le loro maschere di animali a legare i mondi dei vivi, dei morti e degli spiriti, continua tuttora in linea diretta nei carnevali tradizionali rurali che hanno tratti comuni anche a distanza di kilometri: i Mamuthones sardi e le maschere del folklore slavo o quello cantabrico, tedesco e austriaco... si somigliano fino a confondersi.



In Bulgaria...

Lì dove la natura (montagne e campagna) è ancora una potenza da temere ed esorcizzare ritroviamo costumi in pelle, suoni di campanacci, corna, fuochi, lotte o corse, quasi identici. In Germania si aggiungono alle promesse dell’imminente primavera anche quelle di matrimonio.

 



...e in Sardegna

Nel periodo dell’anno in cui c’è un cambio cosmico, il mondo si ricrea e in questo varco i mondi comunicano (come ad Halloween). Questi Carnevali stanno scomparendo, intanto attestano ciò che al di là dei passaggi religiosi e culturali è comune a tutti gli uomini: come in balia degli elementi l’uomo esorcizzi la paura e dal caos ritrova un ordine, a Budapest come sui Pirenei. È questo il relitto di una ‘religione’ preistorica? O l’uomo reagisce allo stesso modo di fronte alle stesse difficoltà?

 


Voce 'Carnevale' nel Dizionario Etimologico

Non lo sappiamo. Torniamo alla questione etimologica. La scelta delle parole implica una scelta di senso e la narrazione interpretativa, di cui quel senso è la chiave, ci consegna la visione di un passato diverso a seconda della chiave che scegliamo. Per il dizionario etimologico la versione ‘carro navale’ non è da accreditare. Eppure malgrado gli svuotamenti di significati e le trasformazioni e gli spostamenti di senso attuati nei secoli, la forma si può ancora osservare quasi immutata nel tempo.

Perché quindi fare una questione etimologica sul Carnevale? Perché la maggioranza degli studiosi lega il carnevale al calendario cristiano assecondando la teologia che dopo aver combattuto le feste pagane su cui si era innestato il carnevale lo hanno inglobato, tollerandolo e quasi incoraggiandolo come valvola di sfogo sociale. Questo però implica che certi ‘riti’ hanno attraversato il medioevo, inoltre, anche se spesso vengono ignorati, tali riti appartengono anche ad altre culture lontane nel tempo e nello spazio dal mondo cattolico.

Il carnevale quindi si mostra fenomeno complesso e non facilmente riconducibile ad una unica sorgente. Forse è per questo che anche quando muore poi rinasce e si trasforma senza mai perdere i sui tratti essenziali: il riso, l’orgia alimentare, la festa, il mascheramento, il sovvertimento, la partecipazione di ogni strato della società, il falò, la musica o il rumore. Un condensato di elementi etno-antropologici ognuno dei quali merita una trattazione a parte.

 

Nessun commento: