venerdì 31 ottobre 2025

Flumena, una janara. Racconto

Flumena è personaggio inventato su quanto di conoscenza personale dell'autrice, adattato ad un contesto specifico, ma sarebbe potuto esistere davvero. 


In un tempo antico, che dorme ormai nei nostri ricordi lontani, quando il torrente Alenta scorreva fragoroso ad alimentare i mulini sotto la Ripa, a Ponte viveva una donna di nome Flumena.

Era una giovane orfana. Aveva un viso d’angelo e sapeva far fiorire i gerani anche d’inverno. Viveva sola ai margini del Castello, lì dove giungeva il bosco frondoso del Monte e chi passava per il tratturello sentiva spesso profumo di dolci al miele che amava preparare per addolcire tisane e decotti o per profumare il poco cibo che aveva. Camomilla, menta, timo, origano, salvia o rosmarino facevano bella mostra di sé in ordinati mazzetti appesi al soffitto o alle pareti e insieme ad altre piante e fiori sembrava che abbellissero quelle quattro mura profumate di lavanda. Il suo buon cuore la faceva preoccupare per gli animaletti che a volte cercavano ristoro al limitar del bosco. Amava la compagnia dei gatti e i gatti erano amici discreti e silenziosi, così come quella dei bimbi che spesso andavano a bussare alla sua porta sapendo che avrebbero avuto sicuramente un biscotto o un dolcetto.

Era cresciuta con una vecchia che le aveva insegnato tutto ciò che serviva per sopravvivere. Sapeva quale erba era buona per fermare il sangue e quale corteccia sbriciolare per abbassare la febbre. In casa conservava flaconi, boccette e scatoline piene di elisir, oleoliti e unguenti… tante cose che la vecchia le aveva lasciato o le aveva insegnato a realizzare. Ogni tanto veniva qualcuno dal paese a chiedere quella boccetta per le verruche o la pomata per far crescere i capelli e lasciava delle uova, un po’ di carne, della verdura... Lei non aveva mai chiesto niente, soprattutto mai chiesto denaro, eppure quando andava al forno comune, giù alla Ripa, notava che le altre donne la evitavano e bisbigliavano alle sue spalle. Non riusciva mai a capire cosa dicessero davvero. Arrivavano frasi mozzate che parlavano di Janare che avevano visitato la casa di Compa’ Peppe, o che avevano intrecciato criniere ai cavalli nella stalla di Compa’ Giuann’, o che il figlio di Bettina, così bello, dalla faccia janca ‘e rossa, deperiva ogni giorno di più. Parole come ‘fattura’, ‘malocchio’, ‘janara’… si mescolavano al fragrante profumo del pane cotto nel forno a legna. Eh sì! Janara…come la famosa Gioconna, vissuta anni prima giù alla Piana tra le valli disegnate dai tumultuosi torrenti e i Colli ricoperti di boschi, e che qualcuno insinuava essere stata una sua antenata.

Le persone a volte hanno paura di chi non conoscono o di chi è diverso. E lei era così bella… con un viso d’angelo incorniciato da una riccia capigliatura ramata che poteva solo generare invidia e malocchio in chi la natura e la vita non gli avevano donato né grazia né conoscenza. La vecchia le aveva sempre detto di ignorare la gente del paese e fortunatamente a lei non dispiaceva la sua vita fuori le mura del Castello nei pressi del bosco. Voleva vivere in pace e lì ce n’era tanta. Era una vita dignitosa e serena e a lei piaceva.

Ma il suo destino si presentò un giorno d’estate nelle vesti di un bel giovane fermatosi a riempire la sua fiaschetta alla fontana in piazza. 

Quel giorno era andata a prendere l’acqua di buon’ora come tutte le altre mattine. Preferiva andare presto per non incontrare troppa gente. Si fermò quando vide che c’era già qualcuno vicino ad una delle bocche con la faccia di lupo. Pensò che comunque avrebbe potuto usare una delle altre vasche e riprese ad avvicinarsi. Più si avvicinava, più osservava questa persona e più qualcosa si muoveva dentro di lei. Emozioni nuove di cui la vecchia non aveva fatto in tempo o non aveva voluto parlarle. Quel giovane così vestito bene e pulito, era la prima volta che lo vedeva. Forse era uno straniero. Aveva movenze forti e sicure, non era magro e curvo come altri giovani provati dal duro lavoro nei campi. Aveva i capelli così scuri da sembrare li avessi tolti alla notte. Improvvisamente uno sguardo misto a stupore e sicurezza agganciò il suo finché lei, sentendo il sangue salirle fino alle guance, abbassò la testa e si fermò come imbambolata. Anche il giovanotto era rimasto colpito da questa fanciulla apparsa silenziosa e leggera, quasi fosse emersa dal bosco da dove veniva, ma appena si riprese, memore delle buone maniere imparate in città, si offrì di aiutarla a riempire la ‘langella’. Flumena, imbarazzata e impacciata, accettò ma subito dopo corse via come se fuggisse da chissà quale pericolo. Ed in effetti, quel giorno, un grave pericolo si era insinuato in lei.  

Ogni mattina si incontravano presto alla fontana, parlavano e si raccontavano delle loro vite. Nicola, figlio del protomedico don Andrea, le chiedeva delle erbe e a lei non sembrava vero che qualcuno, oltre alla vecchia, fosse curioso di conoscere le virtù delle piante. Nicola stava studiando per prendere il posto di suo padre e pensava che le erbe potessero essere altrettanto utili quanto i salassi con le sanguisughe. E così alla fontana giorno dopo giorno, anfora dopo anfora… i due si innamorarono. Ma una mattina, donna Cuncetta li vide parlare da soli con quella familiarità che tradiva i loro sentimenti e corse allarmata dalla madre di Nicola. Donna Maria si precipitò in piazza e con una scenata richiamò il figlio e lo mandò a casa, poi afferrò Flumena, rimasta lì stranita, per i bei lunghi capelli sciolti, la strattonò fin fuori dal Castello e lì la lasciò urlando: “Brutta Janara, stai lontano da mio figlio o ti faccio rinchiudere nelle sette grotte! 

Flumena, invece, tornò alla fontana il giorno dopo e quello dopo ancora e poi ancora e ancora, ma Nicola non tornò più. Nicola, era stato allontanato di corsa quel giorno stesso, accompagnato da uno zio a Benevento che lo avrebbe portato con sè a vendere mantelli di lana lungo i tratturi, così da non poter ritornare mai più a Ponte. 

Una mattina di fine ottobre, quando l’autunno porta la nostalgia nel cuore e con le foglie fa cadere le speranze, Flumena alla fontana incontrò donna Maria che con disprezzo l’apostrofò: “brutta Strega, pensavi di poter usare le arti magiche su mio figlio? Senza di esse Nicola non ti avrebbe mai voluta: sei brutta, sei orfana e sei povera!” Poi prese fiato e aggiunse con compiacimento: “Ma ora non potrai più niente. Ora finalmente ha incontrato una persona per bene, una donna adatta a lui e presto si sposeranno.”

In quel momento, come se fosse stato un cristallo di rocca, il cuore semplice di Flumena si spezzò. Nicola l’aveva abbandonata, aveva scelto un’altra donna. Rimase lì immobile, come una pietra eretta in mezzo al dolore e mentre saliva la nebbia dal fiume in quella fredda mattina d’autunno, si fece essa stessa nebbia e vento. Quando, infine, in tarda mattinata il sole fece capolino, lei era sparita, nessuno seppe più niente di lei o semplicemente nessuno volle sapere più niente di lei. 

Eppure non l’hanno dimenticata.

C’è chi dice che di notte il suo spirito vaga ai crocicchi sperando di incrociare il cammino di Nicola lungo i tratturi; chi dice che ha trovato pace nelle sette grotte e chi di notte vola dalla Ripa ai mulini giocando coi gorghi dell’Alenta. Qualcuno giura di aver visto un’ombra fugace vicino alla fontana e altri una presenza sfuggente nei vicoli, c’è chi dice addirittura che insieme a Gioconna volano insieme al Sabba …ma non c’è da aver paura, soprattutto se sei un gatto o un bambino. Epperò se sei un adulto lascia un biscotto profumato tutto per lei e Flumena non ti farà alcun male.  

*Gioconna è la protagonista di un racconto pre-esistente

domenica 28 settembre 2025

 

Carnevale è morto, viva Carnevale!

Fenomeno estremamente complesso, il Carnevale si sovrappone, si reinventa e si conserva nel rielaborare quegli elementi arcaici e quei bisogni primordiali che ‘travestiti’ sotto maschere e colori, dispersi tra risate, canti, balli e musiche assordanti giungono fino a noi ancora riconoscibili.

Il Carnevale è un periodo di festa non istituzionalizzata, pur se riconosciuta ed accettata nei paesi a prevalenza cristiana, dalla durata non uniforme che abbraccia il periodo che precede il ‘Mercoledì delle Ceneri’, ovvero della Quaresima. Il termine è usato anche per indicare solo gli ultimi giorni di festa o i giorni del ‘Giovedì’ e ‘Martedì Grasso’.

La maggioranza degli studiosi propende per l’origine cristiana della festa ed interpretano etimologicamente il Carnevale come il momento in cui si ‘toglie la carne’, dopo l’ultima abbuffata del Martedì Grasso, prima che inizi il tempo di astinenza, rinuncia, sacrificio, ritiro in se stessi della Quaresima. Essi considerano il Carnevale solo la festa presente nei paesi cristiani e lo ritengono non assimilabile ad esso alcuna altra festa che, pur avvenendo alle porte della primavera, implichi mascheramenti e travestimenti, canti, balli, sfilate, orge alimentari, mimiche di lotte, falò di un qualche personaggio, allontanamento o uccisione più o meno simbolica di capri espiatori. Eppure, le crociate che spesso alcuni cristiani fanno contro il Carnevale e contro Halloween ponendoli sullo stesso piano di condanna, sono paradossalmente il riconoscimento indiretto delle sue radici pagane e arcaiche. Alcuni riservano a queste feste la stessa condanna morale che in passato la Chiesa ha attuato contro il teatro, che, non a caso, condivide con entrambe l’uso della ‘maschera’ e il capovolgimento della realtà. in effetti, la Chiesa non ha assegnato alle due feste alcun evento importante nel calendario liturgico, anche se il Carnevale è stato istituzionalizzato nel tentativo di controllarne gli eccessi. La cosa interessante è che entrambe le feste si pongono in due momenti dell’anno (agricolo) assimilabili a ‘porte’: una aperta verso il riposo dell’inverno e l’altra verso il lento risveglio della primavera. 

Il Carnevale, però, copre un periodo più lungo rispetto ad Halloween, che si consuma in una notte. La durata del Carnevale, infatti, varia a secondo che lo si faccia iniziare il giorno di Santo Stefano, cioè il 26 dicembre, quello dell’Epifania (6 gennaio), la Domenica di Settuagesima, cioè settanta giorni prima di Pasqua o il più diffuso 17 gennaio, quando la chiesa festeggia sant’Antonio Abate con un falò e con una tradizionale benedizione degli animali. Inoltre, in alcune tradizioni il Carnevale termina oltre il Mercoledì delle ceneri. Ad esempio, il Carnevale Ambrosiano termina con il ‘sabato grasso’ e altrove è diventato appuntamento fisso oltre il limite canonico dissociando definitivamente il Carnevale dal calendario liturgico e conclamandolo festa a se stante, profana, fuori anche dal calendario secolare.


 Giovanni Domenico Ferretti Arlecchino e Colombina.


Il tempo della festa.

La questione del tempo della festa e quindi del ‘periodo carnevalesco’, al di là dei differenti momenti di apertura e di chiusura, ci ricorda quanto fosse importante in passato la scansione del tempo e la divisione tra tempi sacri e profani ad informare la vita delle persone. Il tempo era ‘visibile’ nello scorrere delle stagioni e il tempo vuoto dell’inverno, in attesa di un nuovo ciclo, di una nuova rinascita, offriva lo spazio per festeggiare liberi dai lavori dei campi. Il periodo coperto dal Carnevale si sovrappone e riprende elementi da più di una festa del mondo romano, che a sua volta aveva assimilato culti e rituali esotici e traghettato altri ancora più antichi. Anche se quelle feste si susseguivano dal nostro 25 dicembre fino al nostro Marzo, con il suo equinozio di primavera, il Carnevale sembra aver sintetizzato i saturnali, i lupercali, le antesterie, il navigium Iside, i rituali di purificazione, di rinnovamento del cosmo (dal caos) e di fertilità, che avvenivano nel cuore dell’inverno e a ridosso dell’inizio della primavera, quando la luce comincia ad aumentare giorno per giorno sconfiggendo l’oscurità.

Bisogna però fare una distinzione. Esiste tuttora un Carnevale rurale accanto a quello che potremmo definire ‘urbano’, ovvero quello vicino alla nostra esperienza; il primo è radicato fortemente nella tradizione agricola e l’altro si è staccato da quella secoli fa e si è evoluto in manifestazioni in parte diverse rielaborando i contenuti originari. Nel nostro quotidiano, infatti, il Carnevale ha perso la sua ‘sacralità’ di tempo di rifondazione di un nuovo ciclo. Si riduce sempre più ad una festa per i bambini, un gioco, una finzione che avendo perso il suo senso non può ricreare. In fondo, nato in un contesto agricolo ed evolutosi in ambito urbano, oggi non è più il ‘tempo della festa’. Le tradizioni che si erano conservate travestendosi nei secoli si stanno spegnendo.  Scherzi, risate, abbuffate, maschere, carri, falò, coriandoli, finte battaglie, sfilate… sono diventate esse stesse ‘maschere’ vuote. Come un albero a cui sono state tagliate le radici, le radici del tempo ‘vuoto’.

Il Carnevale morirà quando l’uomo, perso totalmente il contatto con la natura, non si sentirà più in balia delle forze oscure dell’inverno, non dovrà lottare con gli altri predatori per sopravvivere, non dovrà ingraziarsi il favore degli spiriti o allontanare i demoni, non dovrà temere l’infertilità o i capricci meteorologici da cui dipende la sua esistenza. Ma forse il Carnevale vivrà solo un altro travestimento storico. La sua storia dimostra quanto sia duro a morire.

Carnevale, questioni etimologiche

Levare la carne’ o portare in processione il ‘carro navale’? La maggior parte degli studiosi propende per la prima interpretazione delimitando storicamente il Carnevale nel mondo cristiano di fine Medioevo. Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" o "carnevalo" si trovano, infatti, in testi del XIII e risulta che a Venezia si festeggiasse già nel 1200. Il Carnevale che conosciamo noi, quindi, nasce sul finire del Medioevo in Italia, in tempo per diffondersi nel mondo cattolico.



Dipinto a olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio,1559

La festa dei folli precedeva coi suoi eccessi, i suoi bagordi e le sue licenziosità il momento di togliere la carne per l’astinenza dovuta durante la Quaresima. Dal Medioevo in poi il Carnevale venne tollerato ed in parte istituzionalizzato e mantenuto in vita proprio dalla Chiesa. Nella cattolicissima Spagna le battaglie tra ‘don Carnal’ con ‘doña Cuaresma’ sancivano la vittoria di quest’ultima, e anche delle istituzioni religiose, sull'esaltazione del caos e dei rituali che giungevano dal passato.

Eppure, sono ben chiari le radici pagane del Carnevale che affondano in diverse feste a loro volta rielaborate nel tempo e diffuse nel vecchio mondo. Si possono riconoscere facilmente le caratteristiche che il Carnevale ha sintetizzato: ribaltamento sociale, sfrenatezza dei costumi, ebbrezza e licenziosità, travestimento e maschere, gare o lotte anche solo simboliche, rituali di fertilità e rituali di purificazione, falò, orge alimentari, uso apotropaico di alcune maschere e dei rumori, sospensione dell’ordine costituito… il tutto in un periodo di ‘passaggio’ nel calendario solare e agricolo.

 


Frammento di barca di Iside Pelagia proveniente dall'Iseo di Benevento

Chi fa derivare, invece, la parola Carnevale da ‘carro navale’ lo riporta indietro nel tempo alla celebrazione del ‘navigium Iside’. Una festa diffusa nell’impero romano che prevedeva una sfilata, con persone travestite e mascherate, dietro un carro a forma di nave per inaugurare la ripresa della navigazione agli inizi di marzo. Anche nelle Antesterie dedicate a Dionisio si sfilava dietro un carro su cui era ‘Colui che doveva rigenerare il Cosmo’. E un’altra nave ancora sfilava su ruote ancor prima in Sumeria, sempre con il compito di portare in trionfo il rigeneratore dell’ordine dopo aver dato agio al Caos di ‘ricreare’ il mondo (notare il senso della parola ‘ricreazione’ in italiano). La nave con il suo richiamo alle acque della vita e della morte si fa simbolo in queste celebrazioni legate alla fertilità della terra, al saluto ai morti, alla rinascita e alla purificazione.

Più si guarda indietro e si allarga lo sguardo alle civiltà intorno al Mediterraneo (e oltre) e più si ritrovano altre manifestazioni che nel cuore dell’inverno e a ridosso della primavera manifestavano questa perdita di controllo controllata più o meno con gli stessi elementi.

 


Il biancospino e il corbezzolo erano sacri alla dea Carnia

Non solo ‘levare la carne’ o ‘carro navale’, nel termine Carnevale si può ritrovare anche il nome della dea Carna. Ovidio nei Fasti dice di lei: “Con la sua potenza apre ciò che è chiuso e chiude ciò che è aperto”. Festeggiata a giugno, era una dea degli inferi che proteggeva il benessere degli uomini, soprattutto gli organi interni, le viscere, quindi la vitalità, la vita. La dea era anche sposa del dio Giano, dio delle porte, dei passaggi, bifronte guarda nel futuro e nel passato. Carna era la dea dei cardini (delle porte ma anche dei punti cardinali e dell’asse del cardo). Un’altra curiosità: Carna è anche la dea delle fave e della pancetta, ritenuti adatti ad irrobustire il corpo. Ancora oggi il Carnevale è associato a piatti a base di carne di maiale, soprattutto salsiccia, e fino a qualche tempo fa i dolci si friggevano nel lardo.

Se guardiamo poi al sostrato indoeuropeo, nel pantheon delle divinità sanscrite si può associare al Carnevale Kamadeva, il dio dell’amore inteso come desiderio ‘carnale’, proprio della lussuria, la cui iconografia ricorda Cupido con arco e frecce.



Madan o Kama Deva in una illustrazione del libro "Voyage aux Indes orientales et à la Chine" di Pierre Sonnerat ,1782

Oggi la moralizzazione dei costumi ha ridotto di molto la presenza dell’elemento sensuale nel Carnevale, in passato molto più presente, anche se in alcuni Carnevali, ad esempio come quello di Rio, ancora si manifesta e viene esaltata. Kamaveda era il compagno della Primavera e come altre divinità del mondo agrario, muore e risorge per permettere alla vita di continuare attraverso la sessualità. Oggi in India c’è una celebrazione che prevede un falò e una sorta di lotta con i colori, oltre a balli, canti e divertimento caotico. In pratica un carnevale. Altre feste sono assimilabili al Carnevale nel periodo pre-primaverile o primaverile che avvengono con parate, sfilate, mascheramenti o travestimenti di qualche sorta, musiche, balli, carri, risate e divertimento ma non sono considerati ‘carnevali’ malgrado abbiano origine nel modo in cui l’uomo affronta il transito fino al rinascere della vita così come faceva qualche migliaio di anni fa.

La preistoria, con gli sciamani e le loro maschere di animali a legare i mondi dei vivi, dei morti e degli spiriti, continua tuttora in linea diretta nei carnevali tradizionali rurali che hanno tratti comuni anche a distanza di kilometri: i Mamuthones sardi e le maschere del folklore slavo o quello cantabrico, tedesco e austriaco... si somigliano fino a confondersi.



In Bulgaria...

Lì dove la natura (montagne e campagna) è ancora una potenza da temere ed esorcizzare ritroviamo costumi in pelle, suoni di campanacci, corna, fuochi, lotte o corse, quasi identici. In Germania si aggiungono alle promesse dell’imminente primavera anche quelle di matrimonio.

 



...e in Sardegna

Nel periodo dell’anno in cui c’è un cambio cosmico, il mondo si ricrea e in questo varco i mondi comunicano (come ad Halloween). Questi Carnevali stanno scomparendo, intanto attestano ciò che al di là dei passaggi religiosi e culturali è comune a tutti gli uomini: come in balia degli elementi l’uomo esorcizzi la paura e dal caos ritrova un ordine, a Budapest come sui Pirenei. È questo il relitto di una ‘religione’ preistorica? O l’uomo reagisce allo stesso modo di fronte alle stesse difficoltà?

 


Voce 'Carnevale' nel Dizionario Etimologico

Non lo sappiamo. Torniamo alla questione etimologica. La scelta delle parole implica una scelta di senso e la narrazione interpretativa, di cui quel senso è la chiave, ci consegna la visione di un passato diverso a seconda della chiave che scegliamo. Per il dizionario etimologico la versione ‘carro navale’ non è da accreditare. Eppure malgrado gli svuotamenti di significati e le trasformazioni e gli spostamenti di senso attuati nei secoli, la forma si può ancora osservare quasi immutata nel tempo.

Perché quindi fare una questione etimologica sul Carnevale? Perché la maggioranza degli studiosi lega il carnevale al calendario cristiano assecondando la teologia che dopo aver combattuto le feste pagane su cui si era innestato il carnevale lo hanno inglobato, tollerandolo e quasi incoraggiandolo come valvola di sfogo sociale. Questo però implica che certi ‘riti’ hanno attraversato il medioevo, inoltre, anche se spesso vengono ignorati, tali riti appartengono anche ad altre culture lontane nel tempo e nello spazio dal mondo cattolico.

Il carnevale quindi si mostra fenomeno complesso e non facilmente riconducibile ad una unica sorgente. Forse è per questo che anche quando muore poi rinasce e si trasforma senza mai perdere i sui tratti essenziali: il riso, l’orgia alimentare, la festa, il mascheramento, il sovvertimento, la partecipazione di ogni strato della società, il falò, la musica o il rumore. Un condensato di elementi etno-antropologici ognuno dei quali merita una trattazione a parte.

 

domenica 2 marzo 2025


Menadi e Janare: donne tra miti e folclore 

(Una introduzione al libro non ancora scritto)


                                     Ulrich Molitor, De Lamiis et Pythonicis Mulieribus, 1489

Fin da piccola ho subito il fascino dei racconti su quelle figure un po’ ambigue che ancora oggi suscitano timore nei più anziani: le Janare. Figure del nostro folklore, spesso associate tout court alle streghe e con esse con-fuse in una espressione sentita tante volte: “Le streghe qui a Benevento si chiamano Janare”. Quasi a rivendicare inconsapevolmente una identità specifica, a volerne ritagliare uno spazio speciale ristretto, spazio che invece condivide con altre figure folkloriche simili, al di là delle differenze appunto locali, lungo tutto l’Appennino e oltre, anche fuori dalla penisola.

Sulle Streghe si è scritto tanto e ancora si scriverà. Di rimando anche le Janare suscitano sempre più attenzioni da cui scaturiscono articoli, saggi, romanzi e di recente anche produzioni cinematografiche. Mentre però conquistano più visibilità allo stesso tempo si confondono ancor più nell’immaginario delle Streghe.

Questa introduzione ad un testo che non ho ancora scritto e che giace tra appunti, spunti di approfondimento, verifiche di citazioni, brani da tradurre e ricerche da completare, rientra nei tantissimi tentativi di indagare un fenomeno su cui non ci sarà mai un’ultima parola e che, invero, non dovrebbe mai averne in quanto espressione di quella umana ricerca di senso con cui ogni essere umano prima o poi deve fare i conti e che, come le mutaforme Janare, è trasformista, pur cambiando nel tempo conserva e trasmette ciò che non muta ed eternamente ritorna.

Ora, anche io, insieme a centinaia di altri e mi auguro anche migliaia di qui a venire, mi azzardo a fare le mie ipotesi, a dare forma a delle intuizioni, ad ordinare qualche conoscenza appresa da chi prima di me ha tentato l’opera.

Ringrazio Pasquale Sarnataro, che coinvolgendomi nel Progetto Samnitium Fabulae mi ha costretta ad indagare su possibili collegamenti tra Janare e Menadi e sulla presenza della danza come possibile forma rituale. Lo ringrazio per la fiducia e soprattutto per lo spunto, avendomi così costretto a cominciare a scrivere, iniziando un percorso di cui seppur non vedrò la fine, darà voce, tra le tante più autorevoli, a quelle di una ragazzina affascinata che nei lunghi viaggi solitari sui treni regionali che la portavano a Napoli progettava di fare una tesi sulle Janare quando erano ancora poco note e ignorate dal mondo accademico e dalla ricerca ed erano ancora temute da alcuni miei concittadini.

Il mio pensier attuale è che le Janare non dovrebbero essere assimilate in toto alle Streghe, come si fa oggi. Sono un fenomeno folklorico consegnatoci dall’oralità e che condivide alcuni tratti con altre figure folkloriche locali distribuite in un vasto areale. Infine, pur se emerge dagli stessi spazi e dalle stesse stratificazioni storiche e culturali da cui ci viene consegnata la figura della strega, spesso intrecciandosi l’un l’altra, ritengo le Janare un relitto più arcaico, meno elaborato culturalmente, profondamente legato al mondo agrario e a quello selvaggio, e azzarderei che  forse possa essere un relitto di culti più antichi di quanto in genere si faccia risalire l’origine delle Janare stesse provenienti da tempi in cui sciamanesimo e animismo possono essere stati alla base dei culti storici. Molti autori, soprattutto locali, etichettandole come Streghe di Benevento, ne datano la nascita al periodo longobardo o all’arrivo del culto di Iside in città. Qualcuno accenna al mondo classico per la presenza sul territorio del culto di Dioniso, quasi nessuno si spinge fino al periodo ‘italico’, vista la scarsità, al momento, di tracce archeologiche o fonti. Difatti la mia è più una intuizione e naturalmente una ipotesi alla ricerca di prove.

Le Janare sono Streghe?

Quando parliamo di Janare dobbiamo distinguere da una parte le figure mitologiche e dall’altra le donne reali accusate di esserlo, sia che si riconoscessero in queste figure sia che non si riconoscessero come tali. Lo stesso è accaduto con l’etichetta di ‘strega’: una parola ombrello che ha inglobato le tante donne accusate di esserlo. Una precisazione: parlo di streghe prettamente al femminile pur se nella Caccia alle streghe vi sono finiti tanti uomini, eretici, ebrei e altre categorie invise alle società dell’epoca. Resta il fatto che il numero di donne coinvolte, pur se ridimensionato negli ultimi tempi, resta fortemente preponderante.

Come le streghe, anche le Janare sono state accusate di avere dei poteri temibili. Ad esempio quello di mutarsi in forma animale, oppure farsi vento e entrare di notte sotto le porte, saltar sul petto e tentare di soffocare il malcapitato o la malcapitata, “torcere’ i bambini e risucchiare loro la vita, oppure sfiancare i cavalli per lunghe cavalcate e intrecciare le loro criniere, creare tempeste e brutto tempo per devastare i raccolti… Questi poteri non necessariamente derivavano da un patto con il diavolo: la malevola intenzione di una Janara che, come farebbe un incubo o un succubo, viene di notte a togliere il respiro, si tramuta in protezione fedele per la famiglia se la si cattura correttamente pronunciando la giusta formula, una formula che farebbe paura anche a fate, folletti, gnomi e a tutto il Piccolo Popolo. Questi aspetti sovrumani, come pure la capacità di volare, condiviso con le streghe, rendono la Janara una figura mitologica, qualcosa di più prossimo a le cosiddette ‘entità’ non umane le quali possono possedere momentaneamente una forma o un corpo umano, ma appartengono ad un mondo ‘altro’ e forse ‘altrove’. Un mondo prossimo a quello ‘reale’, che si sovrappone allo stesso spazio condiviso con gli umani e che si svela in visioni, allucinazioni, sogni, abbagli, miraggi, illusioni percepite da chi si imbatte in questi fenomeni non come fantasie, ma reali e spesso terribili, e non necessariamente dopo un uso consapevole o rituale di sostanze allucinogene. 

Invece, le donne additate come janare, così come quelle accusate di essere streghe, spesso vivevano ai margini della società. Potevano essere madri, spose, figlie, sorelle, nonne e non le riconoscevi finché non le incontravi alla messa di Natale, aspettando l’ultima donna che non riusciva ad  uscire dalla chiesa finché avevi una falce nascosta sotto il cappotto. Le donne considerate Janare (o streghe) conoscevano erbe e rimedi, erano ostetriche e potevano praticare aborti, erano guaritrici e fattucchiere, tutto il mondo femminile che sembrava sfuggire al controllo delle società che ci hanno preceduto poteva finire nella categoria della Janara, così come in quella della Strega. Era, anzi, moralmente giustificato accusare una qualche donna ribelle, sola, pazza, troppo bella o troppo brutta, troppo ricca o troppo povera, semplicemente perché fuori dagli standard accettati, a dispetto dei servigi che la comunità aveva richiesto loro nel momento del bisogno. La Caccia alle Streghe si è rivelata, infatti, una valvola di sfogo per le fasce più deboli della società potendo scaricare le proprie frustrazioni contro quelle fasce ancora più subalterne o emarginate, attraverso una profonda ambivalenza oscillante tra bisogno e impotenza nel momento di necessità, quando ci si rivolgeva a queste ‘femine’, e prevaricazione ed esercizio di potere nel momento di affrancarsi da una presunta dipendenza o proiettando la propria impotenza su di loro, che a dispetto dei poteri che si ritenevano avessero, non erano in grado né di difendersi, né di salvarsi fuggendo o liberandosi dei propri detrattori e accusatori.

Le Janare sono sovrapponibili, quindi, alle Streghe solo in parte, ovvero nel confluire in una sorta di etichetta, a torto o ragione, applicabili a quelle donne sospettate o accusate di pratiche ritenute illecite dalla morale religiosa e sociale dei tempi. Etichette anche intercambiabili tra loro, almeno nel nostro territorio, applicate però su donne reali, che per questa identificazione hanno subito emarginazione, miseria, processi, torture e in alcuni casi la morte.

A livello di immagine mitica, invece, Janare e Streghe pur intrecciandosi su alcuni aspetti, sono figure diverse che esprimono delle importanti differenze.

Infatti, anche se Streghe e Janare in alcuni casi si confondono (ad esempio anche le Janare volavano al Sabba sotto il noce di Benevento, come tutte le streghe d’Italia che non preferivano il Tonale) e condividono gli stessi sostrati storici-culturali, offrono una narrazione mitica con personaggi e funzioni diverse allo scopo di permettere agli esseri umani di affrontare paure, pulsioni, ambivalenze, necessità e senso di impotenza di fronte alle forze soverchianti della Natura e del Caso, ridefinendo il Caos o il Male attraverso la narrazione mitopoietica che assegna ruoli, ordina le parti, dà un senso e un colpevole alla perdita, alla malattia, all’ingiustizia.

L’immagine della strega che si è cristallizzata agli albori della contemporaneità, rintracciabile in parte sull’etichetta del famoso liquore Beneventano, ovvero una vecchia, brutta, raggrinzita, bitorzoluta, dall’aspetto trasandato e dedita a compiere malefici, con in testa un cappello a punta e a cavalcioni su una scopa di saggina (anche il personaggio della Befana andrebbe tenuto distinto da quello della strega), è solo la penultima versione che il mito, la storia, la cultura, l’arte e soprattutto la Caccia alle streghe ci hanno consegnato. Esse, infatti, sono principalmente il prodotto elaborato proprio dalla Caccia alle Streghe. Manuali, verbali, sermoni, testimonianze e confessioni hanno finito per categorizzare e catalogare tutte le esperienze considerate pericolose ed eversive per la società. Va precisato che per l’Inquisizione la strega davvero pericolosa era quella che si poneva contro la religione, l’apostata, l’eretica (insieme ai tanti eretici maschi), quella che capovolgendo istituzione e dottrina, adorasse altro o fosse in una sorta di ‘religione in antitesi’. In questo immenso “calderone”, quindi, confluirono riti e miti pagani, pratiche e medicina popolari, superstizioni, relitti folclorici e umane miserie. Trovarono posto gli heka egizi e le defictiones romane sotto altro nome, le fattucchiere citate nella Bibbia facevano compagnia alle Lamiae, alle Strix e alle vetule offrendo i propri attributi, rintracciabili nei testi classici, alla costruzione dell’immagine della strega oltre a darne anche il nome (strix-striges), così come Medea e Circe furono probabilmente il modello con cui gli inquisitori riconoscevano in Finnicella o in Matteuccia da Todi il prototipo della strega da condannare. Così dalle streghe di Salem, ai personaggi letterari e artistici, da Cecilia Faragò alle pubblicità o alle attuali seguaci della Wicca, l’immagine della strega si è formata ed è evoluta in una sorta di dialogo continuo tra i vissuti reali delle cosiddette streghe e l’elaborazione storica, culturale, sociale e teologica che mano a mano le definiva, le catalogava, per poi rimandarle nuovamente nella società e ridefinirle di nuovo, finché le donne reali additate come streghe e come tali vessate, non sono state soppiantate da quelle dei romanzi, dei dipinti, dell’arte, tornando in qualche modo ad essere una figura ‘mitica’, appartenente ad un ‘altrove’,  un’etichetta che oggi non fa più paura, forse perché sono venute meno le condizioni per cui gli esseri mani avrebbero dovuto temerle o forse perché la storia e la produzione artistica e letteraria ne hanno fatto un personaggio relegato in un mondo diegetico.

Le Janare sono un altro fenomeno degno di studio approfondito, ripescandolo dal mare magnum della figura della Strega per restituirgli la sua specificità. I racconti sulle Janare occupano lo stesso tempo diacronico e lo stesso spazio di quello sulle streghe, ma è probabile che sia stato questo ultimo mitema a colonizzare un’area originariamente non propria. Le Janare come prodotto folklorico potrebbero, invece, essere molto più arcaiche e provenire da tempi tanto remoti quanto quelli delle le fiabe.

Inoltre separerei il mitema Janara dalle donne così indicate. Certamente queste donne potevano far guarire o ammalare, dare rimedi o intrugli, far nascere o morire, ma non potevano trasformarsi in vento, né volare grazie ad un unguento. Se si trattasse poi di allucinazioni causate da sostanze psicotrope o voli sciamanici o fossero entrambe le cose non è semplice dirimerlo.  Un eventuale origine sciamanica, oltre a gettarci in un mondo mitico molto antico, ci potrebbe far azzardare anche una sorta di culto riservato a pochi, come è appunto nello sciamanesimo. E cosa dire della formula per imprigionare la Janara e metterla al proprio servizio come un folletto qualunque? Essa, infatti, come le Fate (janas in sardo) e gli abitati del Piccolo Popolo temono il ferro, sono dispettose e vendicative, sono pericolose, reclamano rispetto e le persone le temono e ne tabuizzano il nome, mentre compiono gesti scaramanzie o usano protezioni. Sono personaggi che appartengono ad un immaginario popolato da Potenze che hanno la possibilità di favorire la vita o rovinarla, in un mondo, quello agrario, dove l’alea è continua, dove ai propri possibili errori si sommano i capricci di entità che abitano gli stessi luoghi, forse solo un po’ più selvaggi e impervi, e se ne percepisce la presenza e la potenza.

Nel nostro territorio poi, per raggiungere un sostrato più antico, ovvero quello dove poter collocare la possibile origine sciamanica del fenomeno, va fatto uno sforzo per distaccarsi dalla possibile origine delle leggende delle streghe ascrivibile ai Longobardi o alla presenza di Iside in città. Sono stratificazioni importanti che hanno rinnovato la linfa vitale delle leggende, ma che hanno favorito più la nascita della leggenda delle streghe che delle Janare, creature di vento e legate alle acque. Arretrando, c’è il mondo greco romano e quello italico. Storicamente è difficile andare più indietro con le fonti oltre il periodo greco-romano. Ma proprio qui troviamo un culto che presenta molti elementi che sono confluiti nell’immagine della strega e alcuni anche in quelli della Janara: il menadismo, ovvero il culto di Dioniso/Bacco qui in Italia.

(continua...)

giovedì 30 gennaio 2025

Celebriamo insieme la Ruota dell’Anno!

 

È mia abitudine, per comprendere meglio il mondo che mi circonda, soffermarmi sull’origine del senso delle parole che usiamo nel dare forma alla realtà. Non sempre è facile raggiungerne il significato originario, ma questa ricerca di ‘senso’, aiuta a comprendere ciò che quelle parole portano con sé attraverso la loro storia ed evoluzione.

Cosa vuol dire quindi, per me,  Celebriamo insieme la Ruota dell’Anno”?

Tra la parola Ruota, immediatamente evocativa di movimento e circolarità e simbolicamente presente in moltissime culture e la parola Anno, ho preferito soffermarmi brevemente su quest’ultima. Una parola che usiamo quotidianamente senza chiederci del gran Mistero del Tempo che veicola.

La parola anno la si deriva dal latino annus, a sua volta derivante da un più arcaico amnus, e passa, senza troppe modifiche, nelle lingue neo-romanze ad indicare appunto l’anno, ovvero quel giro di 365 giorni e poco più che la nostra amata Casa Terra compie intorno al Sole da miliardi di ‘anni’ ormai.

La radice indoeuropea *AM/AN la si ritrova nel sanscrito am-ati, termine che indica il “tempo. È la stessa radice indoeuropea che dà origine al greco eniautòs = “anno” e enos= “vecchio” con il significato ulteriore di “sempre” e “eterno”. Cosa è, infatti, “vecchio” se non ciò che ha accumulato tempo? E cosa è “eterno” se non il continuo ruotare intorno al Sole?

Alcuni studiosi riconducono l'etimologia della parla anno anche ad altre radici indoeuropea: am-b = “intorno” o anche ac-, da cui deriva la forma osca aknus = “piegato”, che si ritrova in annulus = “anello”, “cerchio”, ovvero “ciò che è piegato in un cerchio”, come una ruota.

Una ruota che da sempre gira.

È suggestivo che questa radice an/am la ritroviamo anche in altre lingue non indoeuropee Ad esempio, nell’antico Egitto Nut è una dea primordiale che rappresentava il cielo e la nascita, mentre nel vicino mondo mesopotamico abbiamo il dio del cielo An/Anu, signore di tutti gli dei.

Un’altra curiosità interessante che si lega al rapporto Terra-Sole è l’aggettivo “solenne”, che sarebbe composto da sol (“intero”, “pieno” oltre che “Sole”) + emnis (da amnus = ”anno”,) ovvero ciò che “pieno, intero dopo un anno”, da qui il senso di  celebrazione importante, piena, completa, “solenne”.

Come si nota facilmente, quindi, lo scorrere del tempo, il ritmo delle stagioni, il ripetersi dei cicli erano ben noti ai nostri antenati, al di là che comprendessero o meno il movimento di rivoluzione della Terra, che si “piega intorno al Sole in un anello” o che fosse il Sole a tracciare archi e cerchi intorno alla Terra. Essi avevano gli occhi al cielo e questo li elevava e li innalzava. Facevano riferimento e celebravano solennemente il ritorno di eventi astronomici, fissando le tappe che a “ruota”, ovvero a giro perenne, si compivano e ritornavano.

Come esseri umani siamo un’infinitesima parte dell’eternità ed aspiriamo ad essa contemporaneamente. Conoscere il tempo, viverlo, scorrerlo, fissarlo… nel vano tentativo forse di fermarlo o allungarlo è stato, infatti, tra gli interessi che più ci hanno occupato e preoccupato fin dalla notte dei tempi e non solo per una questione di mera sopravvivenza. Per noi oggi è difficile immaginare quanto fosse importante e quanto impegno e fatica sia costato ai nostri antenati ordinare gli eventi in un calendario (crf sanscrito Kala = “tempo” o le Calende greche) per dare senso a questo vorticoso “ruotare” tra le eterne stelle.

Questo breve e non definitivo excursus sul significato di alcune parole è per sottolineare come la concezione del tempo e della sua misura, lungi dal volerne affrontare la tematica filosofica che esso sottende, ci mostra quanto siamo cambiati rispetto ai nostri avi.

Oggi le nostre vite sono frecce, lineari, lanciate nel caos. Il tempo lo segniamo ovunque, sappiamo in qualsiasi momento che ora sia o il ‘tempo’ (meteo) che farà e distinguiamo separatamente le due cose senza più avvertirne il senso di mistero e aleatorietà o di pienezza e compimento. Paradossalmente ci lamentiamo spesso che non abbiamo tempo e la conta di istanti irripetibili in cui quel tempo davvero sia stato vissuto con interezza è davvero poco, e ciò malgrado la fame di vita, di attività ed esperienze con cui proviamo a riempirlo. Ma si può ‘riempire’ il tempo come un qualsiasi contenitore vuoto?

Nell’epoca attuale, sappiamo sempre a che punto del giro della Terra siamo o a che punto siamo del giro intorno alla nostra stella, eppure non guardiamo più il cielo, né di giorno né di notte, e non cogliamo più i segni intorno a noi dal calendario perenne della Natura, né ascoltiamo la direzione dei venti per orientarci nello spazio. Sappiamo tantissime cose rispetto ai nostri antenati, ma non riconosciamo più il linguaggio delle stagioni, i ritmi che si ripetono e i nostri ritmi li sentiamo spesso ‘innaturali’. Chissà forse davvero abbiamo perso il ritmo che chi ci ha preceduto viveva in modo più immediato, nel senso di ‘non mediato’, non interposto da mezzi o strumenti, ma diretto e connesso, invece, alla natura e ai suoi cicli. Senza mitizzare e senza forzare una visione romantica del passato, è innegabile che però la nostra visione del tempo è prettamente lineare.

Per alcuni popoli che ci hanno preceduti, invece, l’idea del tempo lineare si intrecciava nell’abbraccio di tanti cerchi, circoli e ritorni e non era così preminente da diventare esclusivo e totalizzante, privandolo della pienezza del compiuto e svuotandolo della speranza del ritorno, come lo è purtroppo oggi.

Se ci permettessimo del tempo per noi, per riprendere la danza della vita, potremmo vivere la Ruota dell’Anno, come frecce puntate verso le stelle, celebrando una profonda connessione con la natura e i suoi meravigliosi cicli e recuperando una visione arcaica del tempo che renda i nostri passi salti e giravolte, una danza che intreccia insieme la linea e il cerchio, nell’ordito e nella trama del nostro vissuto.

La Ruota dell’Anno è, quindi, uno strumento che permette a chi la segue e la celebra di riconoscersi come parte di qualcosa di più grande, sia esso la Natura o il Cosmo o il Tempo. Di fatto è una sorta di calendario perpetuo che fissa momenti speciali nell’arco dell’anno. La ciclicità che essa rappresenta aiuta ad immergersi e fluire nella corrente delle energie dell’Universo e a restituire le coordinate di dove ci si trova nello spazio e nel tempo di quel momento, per celebrarlo.




Origine e storia della Ruota dell’Anno

Storicamente, per come la conosciamo oggi, la Ruota dell’Anno è una concezione del tempo che deriva dalla cultura Wicca e neopagana degli anni ’50, fondata da Gerald Gardner e influenzata dalla visione druidica di Ross Nichols, a loro volta ispirati dagli studi di Margaret Alice Murray su una presunta “Vecchia Religione” pagana pre-cristiana. Nel libro Il Dio delle Streghe (1930), l’autrice parla di quattro grandi feste collegate al ciclo delle stagioni, «i Grandi Sabbat» e quattro feste collegate al ciclo lunare, «gli Esbats».

Di fatto, però, della Ruota dell’Anno più nota e diffusa, cioè quella neopagana, non ci sono documenti e attestazioni certe. I nostri predecessori seguivano spesso calendari con festività diverse da regione a regione e il computo del tempo è stato spesso in mano a caste speciali che dettavano la separazione tra tempi sacri e tempi profani. È però abbastanza verosimile che, conoscendo i passaggi delle stagioni e gli eventi astronomici principali, i nostri antenati abbracciassero la visione del tempo circolare e non celebrassero solo quel paio di feste note nel mondo celtico e germanico da cui la Ruota è stata tratta. Come è altrettanto verosimile che la ciclicità del tempo sacro non fosse appannaggio esclusivo del mondo nordico. È facile immaginare, infatti, che anche nel mondo mediterraneo fossero presenti concezioni simili e scavando nel sincretismo di quelle festività rielaborate, assorbite e confluite nel cristianesimo si possono rintracciare antichi relitti e nuove manifestazioni di un arcaico sentire.

Le attuali otto festività che caratterizzano la Ruota coincidono con una suddivisione del tempo dell’anno in momenti considerati speciali. Ciò aveva impatto sulla vita dei nostri antenati e ha impatto anche su chi vive immerso nel mondo tecnologico di oggi. Anzi, è proprio a noi donne e uomini di oggi che può essere di grande aiuto nell’osservare e riconoscere le trasformazioni della natura, restituendoci un tempo che non sia solo un susseguirsi di impegni tanto in estate quanto in inverno o tanto di giorno così come di notte, perdendo i significati profondi e le energie che certi momenti continuano a donarci, così come è sempre accaduto in milioni di anni.

La Ruota si suddivide in otto periodi della durata circa di quarantacinque giorni ciascuno, durante i quali il culmine è rappresentato da un giorno di festa. Quella più famosa è composta da 8 festival, che combina le cosiddette quattro Feste del Fuoco celtiche (Imbolc, Beltane, Lammas detto anche Lughnasadh e Samhain), che corrisponderebbero ai Grandi Sabbat, alternandole con i solstizi e gli equinozi (Yule, Ostara, Litha, Mabon), che corrisponderebbero ai sabbat minori che alcuni chiamano Esbats, come le celebrazioni legate alla Luna Piena, essendo in parte computati col ciclo lunare. I nomi dei festival possono cambiare in base alle diverse tradizioni e, per quanto i sabbat siano giorni scelti convenzionalmente in momenti in cui l’energia delle stagioni è all’apice o in momenti di potenti passaggi, possono non coincidere nelle diverse tradizioni a seconda se si seguono le date convenzionali (i sabbat maggiori sono sempre al primo del mese corrispondente, i minori invece seguono le date convenzionali dei solstizi e degli equinozi) o quelle astronomiche che possono variare di qualche giorno. Questi momenti erano associati ai cicli dell'agricoltura e dell'allevamento e venivano determinati anticamente, come oggi, in base alla levata eliaca delle stelle alpha visibili ad occhio nudo di alcune costellazioni nel loro viaggio annuale nel cielo notturno. Tradizionalmente i sabbat duravano tre giorni, ma anche questo non è rigorosamente certo, a partire dal tramonto del giorno precedente, in questo seguendo la cultura celtica per cui il giorno cominciava al tramonto.

Per alcune delle religioni neopagane come la Wicca, i sabbat  simboleggiano nell’arco dell’anno anche le tappe nella vita del Dio, che nasce dalla Dea a Yule, cresce fino a diventare adulto, si unisce a lei a Beltane, regna come "Re di primavera" per poi indebolirsi e morire a Lammas e ricominciare in un nuovo ciclo di morte e rinascita. I quattro sabbat sono poi assimilabili alle età dell’uomo e della donna: infanzia, fanciullezza, maturità e anzianità. In questo caso il calendario della Ruota dell’Anno fonde, quindi, due cicli. Il primo è il viaggio del Sole nel cielo che attraversando le ‘porte’ degli equinozi e dei solstizi, ci presenta la nascita, la maturità, la vecchiaia, la morte dell’astro e la sua nuova rinascita. Il secondo ciclo è quello stagionale dove le vicende delle divinità legate ai culti agrari e pastorali si intrecciano ai temi della semina, della fioritura, della maturazione della raccolta. Meno evidenti sulla Ruota sono i cicli lunari, pur se per le popolazioni arcaiche avevano avuto grande importanza e ne ha ancora per le donne.

La Ruota dell’Anno è però uno strumento per tutti, non solo per i neopagani. Personalmente preferisco chiamare “festival” o semplicemente “feste” gli otto momenti di celebrazione, non associando la nomenclatura ad alcuna osservanza, pur rispettandone la tradizione che nel frattempo si è instaurata, per dare a chiunque la possibilità di connettersi coi cicli della Natura e vivere il tempo come sacro e che ci viene incontro ritmicamente, in libertà. Questi passaggi, queste sorte di porte, sono lì per chi le voglia attraversare e se ne perdiamo qualcuna, sappiamo che abbiamo la possibilità di ritrovarle al prossimo giro di Ruota. Questa opportunità, questa speranza è ciò che rende la Ruota uno strumento di connessione con sé stessi e il mondo, uno strumento di conoscenza, una pratica e anche una medicina.   

Infatti, è sempre più utilizzata anche da chi vive la propria spiritualità come rispetto per la Natura e per i ritmi della Terra, seguendo cicli che, in un’ottica evolutiva, compiono in realtà un movimento a spirale e non solo circolare. Per cui si ritorna, ma mai allo stesso punto di partenza e la fine, ovvero il compimento, sarà un nuovo inizio. Il tutto poi è assimilabile al grande ciclo che accomuna tutti gli esseri viventi (compresi, quindi, gli animali e le piante) di nascita-crescita-morte-rinascita. Qui l’essere umano può trovare il proprio equilibrio, il proprio ritmo, accordandosi a quelli della Natura e recuperare il senso della sacralità di ogni momento.

Si può rendere graficamente la ruota dell’Anno in diversi modi, la più semplice è quella di suddividere un cerchio in 8 spicchi o raggi e in questo ci rimanda immediatamente l’immagine della ruota che gira. Si può creare la propria, esprimendo la propria creatività aggiungendo simboli, riferimenti, piante, animali e tutto ciò che rimanda alla festa e al periodo in questione.

Le otto Feste

Le feste del Fuoco o i quattro Sabbat maggiori sono quindi:

Samhain - celebrato attorno al 31 ottobre - Levata eliaca di Antares (Alpha Scorpii)

Imbolc - celebrato attorno al 1º febbraio - Levata eliaca di Capella (Alpha Auriga)

Beltane - celebrato attorno al 1º maggio - Levata eliaca di Aldebaran (Alpha Taurus)

Lughnasadh - celebrato attorno al 1º agosto - Levata eliaca di Sirio (Alpha Canis major)

A causa dei fenomeni di nutazione e della precessione, se queste corrispondenze erano un tempo esatte (Età del Ferro) oggi non lo sono più. È questo a generare lo scarto di qualche giorno tra chi segue le date convenzionali fisse e chi quelle astronomiche variabili.

I quattro Sabbat minori invece venivano calcolati in base al ciclo solare e coincidono con i due solstizi e i due equinozi.

Yule - celebrato attorno al 21 dicembre - Solstizio d'inverno

Ostara - celebrato attorno al 20 marzo - Equinozio di primavera

Litha - celebrato attorno al 21 giugno - Solstizio d'estate

Mabon - celebrato attorno al 22 settembre - Equinozio d'autunno

Le date indicate sono valide per l'emisfero nord, dove queste feste hanno avuto origine. Chi volesse celebrarle nell’Emisfero Australe rispettando le stagioni deve traslare ogni ricorrenza di sei mesi.

La maggior parte dei nomi delle feste derivano da festività storicamente accertate in ambito celtico e germanico. Non è così per Litha e Mabon, il Solstizio d'Estate e l'Equinozio d'Autunno, i cui nomi sono  stati introdotti in Nord America da Aidan Kelly nel 1970 e poi diffusi nel mondo.

In genere, la prima festività è Samhain, per chi rispetta il calendario celtico, e l’ultima è Mabon, secondo l’ordine che segue:

Samhain > Yule > Imbolc > Ostara > Beltane >Litha > Lughnnasadh  > Mabon.

Alcuni, invece, preferiscono iniziare i nuovi cicli, i nuovi giri di ruota, da Yule o da Imbolc.