domenica 2 marzo 2025


Menadi e Janare: donne tra miti e folclore 

(Una introduzione al libro non ancora scritto)


                                     Ulrich Molitor, De Lamiis et Pythonicis Mulieribus, 1489

Fin da piccola ho subito il fascino dei racconti su quelle figure un po’ ambigue che ancora oggi suscitano timore nei più anziani: le Janare. Figure del nostro folklore, spesso associate tout court alle streghe e con esse con-fuse in una espressione sentita tante volte: “Le streghe qui a Benevento si chiamano Janare”. Quasi a rivendicare inconsapevolmente una identità specifica, a volerne ritagliare uno spazio speciale ristretto, spazio che invece condivide con altre figure folkloriche simili, al di là delle differenze appunto locali, lungo tutto l’Appennino e oltre, anche fuori dalla penisola.

Sulle Streghe si è scritto tanto e ancora si scriverà. Di rimando anche le Janare suscitano sempre più attenzioni da cui scaturiscono articoli, saggi, romanzi e di recente anche produzioni cinematografiche. Mentre però conquistano più visibilità allo stesso tempo si confondono ancor più nell’immaginario delle Streghe.

Questa introduzione ad un testo che non ho ancora scritto e che giace tra appunti, spunti di approfondimento, verifiche di citazioni, brani da tradurre e ricerche da completare, rientra nei tantissimi tentativi di indagare un fenomeno su cui non ci sarà mai un’ultima parola e che, invero, non dovrebbe mai averne in quanto espressione di quella umana ricerca di senso con cui ogni essere umano prima o poi deve fare i conti e che, come le mutaforme Janare, è trasformista, pur cambiando nel tempo conserva e trasmette ciò che non muta ed eternamente ritorna.

Ora, anche io, insieme a centinaia di altri e mi auguro anche migliaia di qui a venire, mi azzardo a fare le mie ipotesi, a dare forma a delle intuizioni, ad ordinare qualche conoscenza appresa da chi prima di me ha tentato l’opera.

Ringrazio Pasquale Sarnataro, che coinvolgendomi nel Progetto Samnitium Fabulae mi ha costretta ad indagare su possibili collegamenti tra Janare e Menadi e sulla presenza della danza come possibile forma rituale. Lo ringrazio per la fiducia e soprattutto per lo spunto, avendomi così costretto a cominciare a scrivere, iniziando un percorso di cui seppur non vedrò la fine, darà voce, tra le tante più autorevoli, a quelle di una ragazzina affascinata che nei lunghi viaggi solitari sui treni regionali che la portavano a Napoli progettava di fare una tesi sulle Janare quando erano ancora poco note e ignorate dal mondo accademico e dalla ricerca ed erano ancora temute da alcuni miei concittadini.

Il mio pensier attuale è che le Janare non dovrebbero essere assimilate in toto alle Streghe, come si fa oggi. Sono un fenomeno folklorico consegnatoci dall’oralità e che condivide alcuni tratti con altre figure folkloriche locali distribuite in un vasto areale. Infine, pur se emerge dagli stessi spazi e dalle stesse stratificazioni storiche e culturali da cui ci viene consegnata la figura della strega, spesso intrecciandosi l’un l’altra, ritengo le Janare un relitto più arcaico, meno elaborato culturalmente, profondamente legato al mondo agrario e a quello selvaggio, e azzarderei che  forse possa essere un relitto di culti più antichi di quanto in genere si faccia risalire l’origine delle Janare stesse provenienti da tempi in cui sciamanesimo e animismo possono essere stati alla base dei culti storici. Molti autori, soprattutto locali, etichettandole come Streghe di Benevento, ne datano la nascita al periodo longobardo o all’arrivo del culto di Iside in città. Qualcuno accenna al mondo classico per la presenza sul territorio del culto di Dioniso, quasi nessuno si spinge fino al periodo ‘italico’, vista la scarsità, al momento, di tracce archeologiche o fonti. Difatti la mia è più una intuizione e naturalmente una ipotesi alla ricerca di prove.

Le Janare sono Streghe?

Quando parliamo di Janare dobbiamo distinguere da una parte le figure mitologiche e dall’altra le donne reali accusate di esserlo, sia che si riconoscessero in queste figure sia che non si riconoscessero come tali. Lo stesso è accaduto con l’etichetta di ‘strega’: una parola ombrello che ha inglobato le tante donne accusate di esserlo. Una precisazione: parlo di streghe prettamente al femminile pur se nella Caccia alle streghe vi sono finiti tanti uomini, eretici, ebrei e altre categorie invise alle società dell’epoca. Resta il fatto che il numero di donne coinvolte, pur se ridimensionato negli ultimi tempi, resta fortemente preponderante.

Come le streghe, anche le Janare sono state accusate di avere dei poteri temibili. Ad esempio quello di mutarsi in forma animale, oppure farsi vento e entrare di notte sotto le porte, saltar sul petto e tentare di soffocare il malcapitato o la malcapitata, “torcere’ i bambini e risucchiare loro la vita, oppure sfiancare i cavalli per lunghe cavalcate e intrecciare le loro criniere, creare tempeste e brutto tempo per devastare i raccolti… Questi poteri non necessariamente derivavano da un patto con il diavolo: la malevola intenzione di una Janara che, come farebbe un incubo o un succubo, viene di notte a togliere il respiro, si tramuta in protezione fedele per la famiglia se la si cattura correttamente pronunciando la giusta formula, una formula che farebbe paura anche a fate, folletti, gnomi e a tutto il Piccolo Popolo. Questi aspetti sovrumani, come pure la capacità di volare, condiviso con le streghe, rendono la Janara una figura mitologica, qualcosa di più prossimo a le cosiddette ‘entità’ non umane le quali possono possedere momentaneamente una forma o un corpo umano, ma appartengono ad un mondo ‘altro’ e forse ‘altrove’. Un mondo prossimo a quello ‘reale’, che si sovrappone allo stesso spazio condiviso con gli umani e che si svela in visioni, allucinazioni, sogni, abbagli, miraggi, illusioni percepite da chi si imbatte in questi fenomeni non come fantasie, ma reali e spesso terribili, e non necessariamente dopo un uso consapevole o rituale di sostanze allucinogene. 

Invece, le donne additate come janare, così come quelle accusate di essere streghe, spesso vivevano ai margini della società. Potevano essere madri, spose, figlie, sorelle, nonne e non le riconoscevi finché non le incontravi alla messa di Natale, aspettando l’ultima donna che non riusciva ad  uscire dalla chiesa finché avevi una falce nascosta sotto il cappotto. Le donne considerate Janare (o streghe) conoscevano erbe e rimedi, erano ostetriche e potevano praticare aborti, erano guaritrici e fattucchiere, tutto il mondo femminile che sembrava sfuggire al controllo delle società che ci hanno preceduto poteva finire nella categoria della Janara, così come in quella della Strega. Era, anzi, moralmente giustificato accusare una qualche donna ribelle, sola, pazza, troppo bella o troppo brutta, troppo ricca o troppo povera, semplicemente perché fuori dagli standard accettati, a dispetto dei servigi che la comunità aveva richiesto loro nel momento del bisogno. La Caccia alle Streghe si è rivelata, infatti, una valvola di sfogo per le fasce più deboli della società potendo scaricare le proprie frustrazioni contro quelle fasce ancora più subalterne o emarginate, attraverso una profonda ambivalenza oscillante tra bisogno e impotenza nel momento di necessità, quando ci si rivolgeva a queste ‘femine’, e prevaricazione ed esercizio di potere nel momento di affrancarsi da una presunta dipendenza o proiettando la propria impotenza su di loro, che a dispetto dei poteri che si ritenevano avessero, non erano in grado né di difendersi, né di salvarsi fuggendo o liberandosi dei propri detrattori e accusatori.

Le Janare sono sovrapponibili, quindi, alle Streghe solo in parte, ovvero nel confluire in una sorta di etichetta, a torto o ragione, applicabili a quelle donne sospettate o accusate di pratiche ritenute illecite dalla morale religiosa e sociale dei tempi. Etichette anche intercambiabili tra loro, almeno nel nostro territorio, applicate però su donne reali, che per questa identificazione hanno subito emarginazione, miseria, processi, torture e in alcuni casi la morte.

A livello di immagine mitica, invece, Janare e Streghe pur intrecciandosi su alcuni aspetti, sono figure diverse che esprimono delle importanti differenze.

Infatti, anche se Streghe e Janare in alcuni casi si confondono (ad esempio anche le Janare volavano al Sabba sotto il noce di Benevento, come tutte le streghe d’Italia che non preferivano il Tonale) e condividono gli stessi sostrati storici-culturali, offrono una narrazione mitica con personaggi e funzioni diverse allo scopo di permettere agli esseri umani di affrontare paure, pulsioni, ambivalenze, necessità e senso di impotenza di fronte alle forze soverchianti della Natura e del Caso, ridefinendo il Caos o il Male attraverso la narrazione mitopoietica che assegna ruoli, ordina le parti, dà un senso e un colpevole alla perdita, alla malattia, all’ingiustizia.

L’immagine della strega che si è cristallizzata agli albori della contemporaneità, rintracciabile in parte sull’etichetta del famoso liquore Beneventano, ovvero una vecchia, brutta, raggrinzita, bitorzoluta, dall’aspetto trasandato e dedita a compiere malefici, con in testa un cappello a punta e a cavalcioni su una scopa di saggina (anche il personaggio della Befana andrebbe tenuto distinto da quello della strega), è solo la penultima versione che il mito, la storia, la cultura, l’arte e soprattutto la Caccia alle streghe ci hanno consegnato. Esse, infatti, sono principalmente il prodotto elaborato proprio dalla Caccia alle Streghe. Manuali, verbali, sermoni, testimonianze e confessioni hanno finito per categorizzare e catalogare tutte le esperienze considerate pericolose ed eversive per la società. Va precisato che per l’Inquisizione la strega davvero pericolosa era quella che si poneva contro la religione, l’apostata, l’eretica (insieme ai tanti eretici maschi), quella che capovolgendo istituzione e dottrina, adorasse altro o fosse in una sorta di ‘religione in antitesi’. In questo immenso “calderone”, quindi, confluirono riti e miti pagani, pratiche e medicina popolari, superstizioni, relitti folclorici e umane miserie. Trovarono posto gli heka egizi e le defictiones romane sotto altro nome, le fattucchiere citate nella Bibbia facevano compagnia alle Lamiae, alle Strix e alle vetule offrendo i propri attributi, rintracciabili nei testi classici, alla costruzione dell’immagine della strega oltre a darne anche il nome (strix-striges), così come Medea e Circe furono probabilmente il modello con cui gli inquisitori riconoscevano in Finnicella o in Matteuccia da Todi il prototipo della strega da condannare. Così dalle streghe di Salem, ai personaggi letterari e artistici, da Cecilia Faragò alle pubblicità o alle attuali seguaci della Wicca, l’immagine della strega si è formata ed è evoluta in una sorta di dialogo continuo tra i vissuti reali delle cosiddette streghe e l’elaborazione storica, culturale, sociale e teologica che mano a mano le definiva, le catalogava, per poi rimandarle nuovamente nella società e ridefinirle di nuovo, finché le donne reali additate come streghe e come tali vessate, non sono state soppiantate da quelle dei romanzi, dei dipinti, dell’arte, tornando in qualche modo ad essere una figura ‘mitica’, appartenente ad un ‘altrove’,  un’etichetta che oggi non fa più paura, forse perché sono venute meno le condizioni per cui gli esseri mani avrebbero dovuto temerle o forse perché la storia e la produzione artistica e letteraria ne hanno fatto un personaggio relegato in un mondo diegetico.

Le Janare sono un altro fenomeno degno di studio approfondito, ripescandolo dal mare magnum della figura della Strega per restituirgli la sua specificità. I racconti sulle Janare occupano lo stesso tempo diacronico e lo stesso spazio di quello sulle streghe, ma è probabile che sia stato questo ultimo mitema a colonizzare un’area originariamente non propria. Le Janare come prodotto folklorico potrebbero, invece, essere molto più arcaiche e provenire da tempi tanto remoti quanto quelli delle le fiabe.

Inoltre separerei il mitema Janara dalle donne così indicate. Certamente queste donne potevano far guarire o ammalare, dare rimedi o intrugli, far nascere o morire, ma non potevano trasformarsi in vento, né volare grazie ad un unguento. Se si trattasse poi di allucinazioni causate da sostanze psicotrope o voli sciamanici o fossero entrambe le cose non è semplice dirimerlo.  Un eventuale origine sciamanica, oltre a gettarci in un mondo mitico molto antico, ci potrebbe far azzardare anche una sorta di culto riservato a pochi, come è appunto nello sciamanesimo. E cosa dire della formula per imprigionare la Janara e metterla al proprio servizio come un folletto qualunque? Essa, infatti, come le Fate (janas in sardo) e gli abitati del Piccolo Popolo temono il ferro, sono dispettose e vendicative, sono pericolose, reclamano rispetto e le persone le temono e ne tabuizzano il nome, mentre compiono gesti scaramanzie o usano protezioni. Sono personaggi che appartengono ad un immaginario popolato da Potenze che hanno la possibilità di favorire la vita o rovinarla, in un mondo, quello agrario, dove l’alea è continua, dove ai propri possibili errori si sommano i capricci di entità che abitano gli stessi luoghi, forse solo un po’ più selvaggi e impervi, e se ne percepisce la presenza e la potenza.

Nel nostro territorio poi, per raggiungere un sostrato più antico, ovvero quello dove poter collocare la possibile origine sciamanica del fenomeno, va fatto uno sforzo per distaccarsi dalla possibile origine delle leggende delle streghe ascrivibile ai Longobardi o alla presenza di Iside in città. Sono stratificazioni importanti che hanno rinnovato la linfa vitale delle leggende, ma che hanno favorito più la nascita della leggenda delle streghe che delle Janare, creature di vento e legate alle acque. Arretrando, c’è il mondo greco romano e quello italico. Storicamente è difficile andare più indietro con le fonti oltre il periodo greco-romano. Ma proprio qui troviamo un culto che presenta molti elementi che sono confluiti nell’immagine della strega e alcuni anche in quelli della Janara: il menadismo, ovvero il culto di Dioniso/Bacco qui in Italia.

(continua...)