È mia abitudine, per comprendere meglio il mondo che mi circonda, soffermarmi sull’origine del senso delle parole che usiamo nel dare forma alla realtà. Non sempre è facile raggiungerne il significato originario, ma questa ricerca di ‘senso’, aiuta a comprendere ciò che quelle parole portano con sé attraverso la loro storia ed evoluzione.
Cosa vuol dire
quindi, per me, “Celebriamo insieme
la Ruota dell’Anno”?
Tra la parola Ruota,
immediatamente evocativa di movimento e circolarità e simbolicamente
presente in moltissime culture e la parola Anno, ho preferito
soffermarmi brevemente su quest’ultima. Una parola che usiamo quotidianamente
senza chiederci del gran Mistero del Tempo che veicola.
La parola anno
la si deriva dal latino annus, a sua volta derivante da un più arcaico amnus,
e passa, senza troppe modifiche, nelle lingue neo-romanze ad indicare appunto l’anno,
ovvero quel giro di 365 giorni e poco più che la nostra amata Casa Terra compie
intorno al Sole da miliardi di ‘anni’ ormai.
La radice
indoeuropea *AM/AN la si ritrova nel sanscrito am-ati, termine
che indica il “tempo”. È la stessa radice indoeuropea che dà origine al
greco eniautòs = “anno” e enos= “vecchio” con il significato ulteriore
di “sempre” e “eterno”. Cosa è, infatti, “vecchio” se non ciò che ha accumulato
tempo? E cosa è “eterno” se non il continuo ruotare intorno al Sole?
Alcuni
studiosi riconducono l'etimologia della parla anno anche ad altre radici
indoeuropea: am-b = “intorno” o anche ac-, da cui deriva la forma
osca aknus = “piegato”, che si ritrova in annulus = “anello”,
“cerchio”, ovvero “ciò che è piegato in un cerchio”, come una ruota.
Una ruota che
da sempre gira.
È suggestivo
che questa radice an/am la ritroviamo anche in altre lingue non
indoeuropee Ad esempio, nell’antico Egitto Nut è una dea primordiale che
rappresentava il cielo e la nascita, mentre nel vicino mondo mesopotamico abbiamo
il dio del cielo An/Anu, signore di tutti gli dei.
Un’altra
curiosità interessante che si lega al rapporto Terra-Sole è l’aggettivo
“solenne”, che sarebbe composto da sol (“intero”, “pieno” oltre che “Sole”)
+ emnis (da amnus = ”anno”,) ovvero ciò che “pieno, intero dopo
un anno”, da qui il senso di celebrazione importante, piena, completa, “solenne”.
Come si nota
facilmente, quindi, lo scorrere del tempo, il ritmo delle stagioni, il
ripetersi dei cicli erano ben noti ai nostri antenati, al di là che
comprendessero o meno il movimento di rivoluzione della Terra, che si “piega
intorno al Sole in un anello” o che fosse il Sole a tracciare archi e cerchi
intorno alla Terra. Essi avevano gli occhi al cielo e questo li elevava e li
innalzava. Facevano riferimento e celebravano solennemente il ritorno di eventi
astronomici, fissando le tappe che a “ruota”, ovvero a giro perenne, si
compivano e ritornavano.
Come esseri
umani siamo un’infinitesima parte dell’eternità ed aspiriamo ad essa contemporaneamente.
Conoscere il tempo, viverlo, scorrerlo, fissarlo… nel vano tentativo forse di
fermarlo o allungarlo è stato, infatti, tra gli interessi che più ci hanno
occupato e preoccupato fin dalla notte dei tempi e non solo per una questione
di mera sopravvivenza. Per noi oggi è difficile immaginare quanto fosse
importante e quanto impegno e fatica sia costato ai nostri antenati ordinare
gli eventi in un calendario (crf sanscrito Kala = “tempo” o le Calende
greche) per dare senso a questo vorticoso “ruotare” tra le eterne stelle.
Questo breve e
non definitivo excursus sul significato di alcune parole è per
sottolineare come la concezione del tempo e della sua misura, lungi dal volerne
affrontare la tematica filosofica che esso sottende, ci mostra quanto siamo
cambiati rispetto ai nostri avi.
Oggi le nostre
vite sono frecce, lineari, lanciate nel caos. Il tempo lo segniamo ovunque,
sappiamo in qualsiasi momento che ora sia o il ‘tempo’ (meteo) che farà e distinguiamo
separatamente le due cose senza più avvertirne il senso di mistero e
aleatorietà o di pienezza e compimento. Paradossalmente ci lamentiamo spesso che
non abbiamo tempo e la conta di istanti irripetibili in cui quel tempo davvero sia
stato vissuto con interezza è davvero poco, e ciò malgrado la fame di vita, di
attività ed esperienze con cui proviamo a riempirlo. Ma si può ‘riempire’ il
tempo come un qualsiasi contenitore vuoto?
Nell’epoca
attuale, sappiamo sempre a che punto del giro della Terra siamo o a che punto
siamo del giro intorno alla nostra stella, eppure non guardiamo più il cielo, né
di giorno né di notte, e non cogliamo più i segni intorno a noi dal calendario
perenne della Natura, né ascoltiamo la direzione dei venti per orientarci nello
spazio. Sappiamo tantissime cose rispetto ai nostri antenati, ma non riconosciamo
più il linguaggio delle stagioni, i ritmi che si ripetono e i nostri ritmi li
sentiamo spesso ‘innaturali’. Chissà forse davvero abbiamo perso il ritmo che
chi ci ha preceduto viveva in modo più immediato, nel senso di ‘non mediato’,
non interposto da mezzi o strumenti, ma diretto e connesso, invece, alla natura
e ai suoi cicli. Senza mitizzare e senza forzare una visione romantica del
passato, è innegabile che però la nostra visione del tempo è prettamente
lineare.
Per alcuni popoli
che ci hanno preceduti, invece, l’idea del tempo lineare si intrecciava
nell’abbraccio di tanti cerchi, circoli e ritorni e non era così preminente da
diventare esclusivo e totalizzante, privandolo della pienezza del compiuto e svuotandolo
della speranza del ritorno, come lo è purtroppo oggi.
Se ci permettessimo
del tempo per noi, per riprendere la danza della vita, potremmo vivere la Ruota
dell’Anno, come frecce puntate verso le stelle, celebrando una profonda
connessione con la natura e i suoi meravigliosi cicli e recuperando una visione
arcaica del tempo che renda i nostri passi salti e giravolte, una danza che
intreccia insieme la linea e il cerchio, nell’ordito e nella trama del nostro
vissuto.
La Ruota dell’Anno
è, quindi, uno strumento che permette a chi la segue e la celebra di riconoscersi
come parte di qualcosa di più grande, sia esso la Natura o il Cosmo o il Tempo.
Di fatto è una sorta di calendario perpetuo che fissa momenti speciali
nell’arco dell’anno. La ciclicità che essa rappresenta aiuta ad immergersi e
fluire nella corrente delle energie dell’Universo e a restituire le coordinate
di dove ci si trova nello spazio e nel tempo di quel momento, per celebrarlo.
Origine e
storia della Ruota dell’Anno
Storicamente,
per come la conosciamo oggi, la Ruota dell’Anno è una concezione del tempo che
deriva dalla cultura Wicca e neopagana degli anni ’50, fondata da Gerald
Gardner e influenzata dalla visione druidica di Ross Nichols, a loro volta
ispirati dagli studi di Margaret Alice Murray su
una presunta “Vecchia Religione” pagana pre-cristiana. Nel libro Il
Dio delle Streghe (1930), l’autrice parla di quattro grandi feste collegate
al ciclo delle stagioni, «i Grandi Sabbat» e quattro feste collegate al ciclo
lunare, «gli Esbats».
Di fatto,
però, della Ruota dell’Anno più nota e diffusa, cioè quella neopagana, non ci
sono documenti e attestazioni certe. I nostri predecessori seguivano spesso
calendari con festività diverse da regione a regione e il computo del tempo è
stato spesso in mano a caste speciali che dettavano la separazione tra tempi
sacri e tempi profani. È però abbastanza verosimile che, conoscendo i passaggi
delle stagioni e gli eventi astronomici principali, i nostri antenati abbracciassero
la visione del tempo circolare e non celebrassero solo quel paio di feste note nel
mondo celtico e germanico da cui la Ruota è stata tratta. Come è altrettanto
verosimile che la ciclicità del tempo sacro non fosse appannaggio esclusivo del
mondo nordico. È facile immaginare, infatti, che anche nel mondo mediterraneo
fossero presenti concezioni simili e scavando nel sincretismo di quelle festività
rielaborate, assorbite e confluite nel cristianesimo si possono rintracciare
antichi relitti e nuove manifestazioni di un arcaico sentire.
Le attuali otto
festività che caratterizzano la Ruota coincidono con una suddivisione del tempo
dell’anno in momenti considerati speciali. Ciò aveva impatto sulla vita dei
nostri antenati e ha impatto anche su chi vive immerso nel mondo tecnologico di
oggi. Anzi, è proprio a noi donne e uomini di oggi che può essere di grande
aiuto nell’osservare e riconoscere le trasformazioni della natura, restituendoci
un tempo che non sia solo un susseguirsi di impegni tanto in estate quanto in
inverno o tanto di giorno così come di notte, perdendo i significati profondi e
le energie che certi momenti continuano a donarci, così come è sempre accaduto
in milioni di anni.
La Ruota si suddivide in otto periodi della durata circa di quarantacinque
giorni ciascuno, durante i quali il culmine è rappresentato da un giorno di
festa. Quella più famosa è composta da 8 festival, che combina le cosiddette
quattro Feste del Fuoco celtiche (Imbolc, Beltane, Lammas
detto anche Lughnasadh e Samhain), che corrisponderebbero ai Grandi
Sabbat, alternandole con i solstizi e gli equinozi (Yule, Ostara,
Litha, Mabon), che corrisponderebbero ai sabbat minori che
alcuni chiamano Esbats, come le celebrazioni legate alla Luna Piena,
essendo in parte computati col ciclo lunare. I nomi dei festival possono
cambiare in base alle diverse tradizioni e, per quanto i sabbat siano giorni
scelti convenzionalmente in momenti in cui l’energia delle stagioni è all’apice
o in momenti di potenti passaggi, possono non coincidere nelle diverse
tradizioni a seconda se si seguono le date convenzionali (i sabbat maggiori sono
sempre al primo del mese corrispondente, i minori invece seguono le date
convenzionali dei solstizi e degli equinozi) o quelle astronomiche che possono
variare di qualche giorno. Questi momenti erano associati
ai cicli dell'agricoltura e dell'allevamento e venivano determinati anticamente,
come oggi, in base alla levata eliaca delle stelle alpha visibili ad
occhio nudo di alcune costellazioni nel loro viaggio annuale nel cielo notturno.
Tradizionalmente i sabbat duravano tre giorni, ma anche questo non è rigorosamente
certo, a partire dal tramonto del giorno precedente, in questo seguendo la
cultura celtica per cui il giorno cominciava al tramonto.
Per alcune delle religioni neopagane come la Wicca, i sabbat simboleggiano nell’arco dell’anno anche le
tappe nella vita del Dio, che nasce dalla Dea a Yule, cresce fino a
diventare adulto, si unisce a lei a Beltane, regna come "Re di
primavera" per poi indebolirsi e morire a Lammas e ricominciare in
un nuovo ciclo di morte e rinascita. I quattro sabbat sono poi assimilabili
alle età dell’uomo e della donna: infanzia, fanciullezza, maturità e anzianità.
In questo caso il calendario della Ruota dell’Anno fonde, quindi, due cicli. Il
primo è il viaggio del Sole nel cielo che attraversando le ‘porte’ degli equinozi
e dei solstizi, ci presenta la nascita, la maturità, la vecchiaia, la morte
dell’astro e la sua nuova rinascita. Il secondo ciclo è quello stagionale dove le
vicende delle divinità legate ai culti agrari e pastorali si intrecciano ai temi
della semina, della fioritura, della maturazione della raccolta. Meno evidenti
sulla Ruota sono i cicli lunari, pur se per le popolazioni arcaiche avevano
avuto grande importanza e ne ha ancora per le donne.
La Ruota
dell’Anno è però uno strumento per tutti, non solo per i neopagani. Personalmente
preferisco chiamare “festival” o semplicemente “feste” gli otto momenti di
celebrazione, non associando la nomenclatura ad alcuna osservanza, pur
rispettandone la tradizione che nel frattempo si è instaurata, per dare a chiunque
la possibilità di connettersi coi cicli della Natura e vivere il tempo come
sacro e che ci viene incontro ritmicamente, in libertà. Questi passaggi, queste
sorte di porte, sono lì per chi le voglia attraversare e se ne perdiamo
qualcuna, sappiamo che abbiamo la possibilità di ritrovarle al prossimo giro di
Ruota. Questa opportunità, questa speranza è ciò che rende la Ruota uno
strumento di connessione con sé stessi e il mondo, uno strumento di conoscenza,
una pratica e anche una medicina.
Infatti, è sempre più utilizzata anche da chi vive la propria spiritualità
come rispetto per la Natura e per i ritmi della Terra, seguendo cicli che, in
un’ottica evolutiva, compiono in realtà un movimento a spirale e non solo
circolare. Per cui si ritorna, ma mai allo stesso punto di partenza e la fine, ovvero
il compimento, sarà un nuovo inizio. Il tutto poi è assimilabile al grande
ciclo che accomuna tutti gli esseri viventi (compresi, quindi, gli animali e le
piante) di nascita-crescita-morte-rinascita. Qui l’essere umano può trovare il
proprio equilibrio, il proprio ritmo, accordandosi a quelli della Natura e
recuperare il senso della sacralità di ogni momento.
Si può rendere graficamente la ruota dell’Anno in diversi modi, la più
semplice è quella di suddividere un cerchio in 8 spicchi o raggi e in questo ci
rimanda immediatamente l’immagine della ruota che gira. Si può creare la
propria, esprimendo la propria creatività aggiungendo simboli, riferimenti,
piante, animali e tutto ciò che rimanda alla festa e al periodo in questione.
Le otto Feste
Le feste del Fuoco o i quattro Sabbat maggiori sono quindi:
Samhain - celebrato
attorno al 31 ottobre - Levata eliaca di Antares (Alpha Scorpii)
Imbolc - celebrato
attorno al 1º febbraio - Levata eliaca di Capella (Alpha Auriga)
Beltane - celebrato
attorno al 1º maggio - Levata eliaca di Aldebaran (Alpha Taurus)
Lughnasadh - celebrato
attorno al 1º agosto - Levata eliaca di Sirio (Alpha Canis
major)
A causa dei fenomeni di nutazione e della precessione, se queste
corrispondenze erano un tempo esatte (Età del Ferro) oggi non lo sono più. È questo
a generare lo scarto di qualche giorno tra chi segue le date convenzionali
fisse e chi quelle astronomiche variabili.
I quattro Sabbat minori invece venivano calcolati in base al ciclo solare
e coincidono con i due solstizi e i due equinozi.
Yule - celebrato attorno al 21
dicembre - Solstizio d'inverno
Ostara - celebrato
attorno al 20 marzo - Equinozio di primavera
Litha - celebrato attorno al 21
giugno - Solstizio d'estate
Mabon - celebrato attorno al 22
settembre - Equinozio d'autunno
Le date indicate sono valide per l'emisfero nord, dove queste feste hanno
avuto origine. Chi volesse celebrarle nell’Emisfero Australe rispettando le
stagioni deve traslare ogni ricorrenza di sei mesi.
La maggior parte dei nomi delle feste derivano da festività storicamente
accertate in ambito celtico e germanico. Non è così per Litha e Mabon,
il Solstizio d'Estate e l'Equinozio d'Autunno, i cui nomi sono stati introdotti in Nord America da Aidan
Kelly nel 1970 e poi diffusi nel mondo.
In genere, la prima festività è Samhain, per chi rispetta il calendario
celtico, e l’ultima è Mabon, secondo l’ordine che segue:
Samhain > Yule > Imbolc > Ostara > Beltane >Litha >
Lughnnasadh > Mabon.
Alcuni, invece, preferiscono iniziare i nuovi cicli, i nuovi giri di ruota,
da Yule o da Imbolc.