domenica 11 gennaio 2026

Sant'Antuono, tra devozione e tradizione.

 

 

Sant’Antonio Abate

Il 17 gennaio ricorre la memoria di Sant’Antonio abate, uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa, viene infatti ricordato anche dagli ortodossi come il Grande, e soprattutto un santo molto amato dai nostri predecessori.

Di origine orientale, come la nostra Santa Anastasìa, si deve a lui la nascita del monachesimo e il primo esempio di ‘ora et labora’ che in seguito sarà la Regola benedettina.

La devozione popolare ne diffonderà il culto ovunque, sia nell’Impero Romano d’Oriente che in quello d’Occidente, e lo assocerà principalmente alla protezione degli animali domestici, con il suo immancabile porcellino che entra di diritto nella sua iconografia, a cui si aggiungono nel tempo altri simboli, tra cui quelli principali del fuoco, del bastone, del campanello e del Tau, quest’ultimo secoli prima di essere associato ad un altro santo amante degli animali: San Francesco.

Nacque nel cuore dell'Egitto, nell’attuale Qumans, intorno al 250 d.C., da una famiglia di agiati agricoltori. Ed è proprio il mondo agricolo che ne tramanda da sempre la devozione e le tradizioni a lui legate. Rimasto orfano, intorno ai vent’anni circa, fu attratto dal messaggio evangelico del: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi». Secondo la tradizione cattolica chiese a Dio di indicargli come mettersi al Suo servizio e in quel momento vide un anacoreta che alternava la preghiera con l’intrecciare una corda, intuendo quindi che andavano portati avanti anche aspetti pratici e materiali in aggiunta all’ascetismo. Pur vivendo da eremita, infatti, non negò mai il proprio aiuto ai cristiani che andavano a cercarlo e all’occorrenza uscì dal romitaggio è tornò nel mondo per prestare il suo sostegno e la sua sapienza ai cristiani perseguitati. Morì nel 356, il 17 gennaio, pare ultracentenario.

La tradizione ci ha traghettato la figura di un Santo protettore contro i mali invisibili come le tentazioni del demonio, ma anche contro quelli fisici come il famigerato Herpes Zoster o l’ergotismo; è il protettore degli animali domestici, i quali assicuravano la sopravvivenza e la ricchezza nei tempi passati ed era ed è quindi molto vicino ai cristiani e alle loro difficoltà quotidiane, immediate e pratiche. Infatti, in alcune aree veniva e viene tutt’ora invocato per ritrovare oggetti perduti, come il Santo di Padova, e le fanciulle in età da marito recitavano una piccola strofa per chiedere al Santo di trovar loro un ‘buon partito’.

 

La Devozione a Sant’Antuono

Nell’Immagine Sant'Antonio Abate, opera attribuita a Alessandro Bonvicino, detto ‘il Moretto’. Dipinto a olio su tela (297x148 cm) databile al 1530-1534 e conservato nel santuario della Madonna della Neve di Auro, frazione di Casto, in provincia di Brescia.

Sant’Antonio Abate è chiamato soprattutto nei paesi del meridione: ‘Sant’Antuono’. Questo per distinguerlo dall’altro Santo altrettanto amato, Sant’Antonio di Padova, che aveva assunto proprio il suo nome considerandolo un grande esempio da emulare.

Nel giorno della sua memoria liturgica, il 17 gennaio, lì dove la tradizione è ancora viva, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici. In realtà, la tradizione di benedire gli animali (in particolare i maiali) non è legata direttamente a sant'Antonio: nacque nel Medioevo in terra tedesca, quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale da destinare all'Ospedale dove prestavano il loro servizio i monaci di sant'Antonio.

In quella data, inoltre, e soprattutto nei paesi agricoli e nelle cascine, si usano accendere dei gran falò chiamati anche “focarazzi” o “ceppi” o semplicemente “falò di sant’Antonio”. Come tutti i falò accesi nelle campagne anticamente, questi fuochi avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, assecondavano le tappe che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le braci venivano portate in casa nei bracieri per riscaldare la casa o per far asciugare i panni umidi, le ceneri e il carbone venivano sparse sui campi per propiziare fertilità, qualcuno ne conservava un po’ a mo’ di amuleti apotropaici.

Questa sua vicinanza al fuoco (in alcune iconografie ha, infatti, una fiammella nella mano e la leggenda ci ricorda che è sceso nell’Inferno a riprendere e riportare agli uomini il fuoco, tanto importante per sopravvivere in inverno e non solo in inverno), lo ha deputato ad essere patrono dei pompieri e di chiunque lavori con il fuoco, è invocato da chi ‘brucia’ in preda ai dolori causati dall’herpes zoster, detto fuoco di Sant’Antonio, ed è anche patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato.

Nei paesi di origine celtica, sant’Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, Lugh, il garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maiali. Questa assimilazione è visibile in immagini e opere d’arte che pongono ai piedi del Santo un cinghiale al posto del maialino. In realtà le sovrapposizioni coincidono nelle simbologie e nelle immagini con cui le tradizioni ce li hanno traghettati nei secoli inserendoci in una lunghissima catena di trasmissione di significati, di simboli, di riti.


  Immagine dal web

Sant’Antonio Abate e la leggenda del fuoco

Molti di noi conoscono la leggenda che ci raccontavano da piccoli su come Sant’Antonio avesse rubato il fuoco all’Inferno, grazie al suo maialino dispettoso e al suo bastone, per riportare il fuoco agli uomini che non ne avevano più.

Tolti i parallelismi con Prometeo, che secondo la mitologia greca riportò il fuoco agli uomini rubandolo agli dei (anche questa una bella storia da raccontare intorno al fuoco come si faceva tanto tempo fa nelle notti d’inverno), vi lasciamo da leggere a grandi e piccini, in attesa del falò, il racconto riportato in Fiabe Italiane di Italo Calvino.

“Una volta, al mondo, non c’era il fuoco. Gli uomini avevano freddo e andarono da sant’Antonio che stava nel deserto a pregarlo che facesse qualcosa per loro, che con quel freddo non potevano più vivere. Sant’Antonio ne ebbe compassione e siccome il fuoco era all’inferno, decise di andarlo a prendere.

Sant’Antonio prima di fare il santo era stato porcaro, e un porchetto della sua mandria non l’aveva mai voluto abbandonare e lo seguiva sempre. Così sant’Antonio, col suo porchetto e il suo bastone di ferula si presentò alla porta dell’Inferno e bussò. 

«Apritemi, che ho freddo e mi voglio riscaldare!».

I diavoli, dalla porta, videro subito che quello non era un peccatore ma un santo e dissero: «No, no! T’abbiamo riconosciuto! Non t’apriamo!».

«Apritemi! Ho freddo!», insisteva sant’Antonio, e il porco grufolava contro la porta.

«Il porco te lo lasciamo entrare, ma te no!», dissero i diavoli, e aprirono uno spiraglio, tanto che entrasse il porco. Il porco di sant’Antonio, appena fu nell’Inferno, cominciò a scorrazzare e grufolare per ogni dove, e metteva tutto in scompiglio. I diavoli dovevano corrergli dietro a raccogliere tizzoni, a raccattare pezzi di sughero, a rialzare tridenti che lui faceva cadere, a rimetter a posto forche e strumenti di tortura. Non ne potevano più, ma non riuscivano ad acchiappare il porco né a cacciarlo via. Finirono per rivolgersi al Santo, che era rimasto fuori dalla porta: «Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vienitelo a riprendere». Sant’Antonio entrò nell’Inferno, toccò il porco col suo bastone e quello se ne stesse subito quieto.

«Visto che ci sono – disse sant’Antonio – mi siedo un momento a scaldarmi», e si sedette su un sacco di sughero, proprio sul passaggio, stendendo le mani verso il fuoco. Ogni tanto, davanti a lui passava un diavolo di corsa che andava a dire a Lucifero di qualche anima di questo mondo che lui aveva fatto cadere in peccato. E sant’Antonio, col suo bastone di ferula, giù una legnata sulla schiena! Sant’Antonio posò il bastone con la punta in terra inclinato accanto a sé, e il primo diavolo che passò di corsa gridando: «Lucifero! Un’anima sicura!», ci inciampò e picchiò la faccia in terra. «Basta! Con questo bastone ci hai annoiato! – dissero i diavoli. – Ora te lo bruciamo». Lo presero e ne ficcarono la punta nelle fiamme.

Il porco in quel momento ricominciò a buttar all’aria tutto: cataste di legna, uncini, torce. «Se volete che lo faccia star buono – disse sant’Antonio – dovete ridarmi il bastone». Glielo ridiedero e il porco stette subito buono. Ma il bastone era di ferula, e il legno di ferula ha il midollo spugnoso, e se una scintilla o un carbonchio c’entra dentro, continua a bruciare di nascosto, senza che di fuori si veda. Così i diavoli non s’accorsero che sant’Antonio aveva il fuoco nel bastone. E sant’Antonio dopo aver predicato ai diavoli, col suo bastone e il suo porchetto se n’andò via, e i diavoli tirarono un sospiro di sollievo.

Appena fu fuori all’aria del mondo, sant’Antonio alzò il bastone con la punta infuocata, e la girò intorno facendo volare le scintille, come dando la benedizione. E cantò:

“fuoco, fuoco, per ogni loco, per tutto il mondo, fuoco giocondo!”

Da quel momento, con gran contentezza degli uomini, ci fu il fuoco sulla terra. E sant’Antonio tornò nel suo deserto a meditare.”

Il testo del racconto è stato ricopiato dal link: https://lartedeipazzi.blog/2018/06/19/calvino-santantonio-da-il-fuoco-agli-uomini/ di cui consiglio la lettura per gli interessanti spunti che offre su alcuni elementi del racconto. Non a caso la festa di Sant’Antonio inaugura il periodo di carnevale, un altro importante momento nel ciclo dell’anno…ma questa è un’altra storia. 

 

"Foco foco per ogni loco, per tutto il mondo foco giocondo" !

Le tradizioni ancora vive legate al culto di Sant’Antonio Abate sono la benedizione degli animali (la leggenda dice che nella notte di sant’Antonio si possa sentir parlare gli animali domestici) e l'accensione dei fuochi che potevano essere accesi dalle singole famiglie o dalla comunità riunita.

In molte località al mattino del 17 gennaio si benedicono gli animali e si preparano cataste di legna che si accenderanno poi al tramonto. Alcuni accendono i fuochi al tramonto del 16 gennaio, rispettando la tradizione che vede il giorno iniziare al tramonto del giorno precedente, ma nella maggioranza dei casi le date dei festeggiamenti sono oggi soggette ad altre necessità, dovute alla presenza o meno di pubblico.

Dove ancora si tramanda la tradizione, ci sono giunte diverse forme di fuochi, in alcuni casi si possono ammirare dei veri e propri spettacoli molto suggestivi. Lunga tutta l’Italia, a far compagnia al ‘semplice’ falò (quello che in passato era alimentato da ciò che di vecchio o non più utile veniva gettato nelle fiamma, per poter chiudere con l’anno passato e fare spazio al nuovo), possiamo trovare enormi ed elaborate pire, come quelle realizzate in Salento oppure le torce di canne coi mortaretti in cima, che si realizzano ancora in alcuni paesini in Abbruzzo e che in parte ricordano la ‘ndocce di Agnone o ammirare gli altrettanto suggestivi fuochi sardi che richiamano nei paesi la discesa delle maschere tradizionali. Va ricordato, infatti, che il falò di Sant’Antuono dà il via al periodo del Carnevale che si chiuderà a sua volta con un altro falò, delimitando un tempo speciale, che in passato permetteva al Caos di operare in maniera controllata, essendo il Carnevale un momento in cui erano permessi scherzi, lazzi, goliardate, mascheramenti e quindi finzioni e rovesciamenti dell’ordine stabilito.

In qualsiasi modo, però, si voglia dar forma al falò o con qualsiasi rito, processione o tradizione lo si voglia tramandare, il punto focale è e resta… il fuoco!

Questo elemento ha garantito la sopravvivenza e la protezione agli esseri umani accompagnandoli fin da quando l’uomo ha imparato a dominarlo. Sicuramente i nostri antenati o i nostri nonni ne avevano un rapporto molto più diretto e immediato. Ne conoscevano la potenza e la necessità. Era il grande alleato nel buio e nel freddo dell’inverno. Non a caso nel periodo invernale, diverse festività e diversi momenti nel calendario agricolo prevedevano l’accensione dei fuochi (ad esempio a santa Lucia, la Vigilia di Natale, il Capodanno o il rogo della Befana, etc.), come a voler puntellare la luce bassa e debole del sole e a voler sostenere la Terra sotto il peso dell’inverno, scaldandola. Il fuoco avrebbe così lo scopo magico di favorire il ritorno della primavera, rappresentando un simbolo di potenza, di luce ma allo stesso tempo purificando e consacrando, riproponendosi in altri momenti dell’anno, anche quando la potenza del Sole o della Terra è al massimo (ad esempio a San Giovanni Battista).

Fulcro della vita quotidiana, era anche il centro della comunità e lo è tuttora. Intorno ai falò, infatti, anche quelli che non seguono riti e tradizioni, ci si ritrova, ci si scalda e si creano legami, si fa festa e, come si dice oggi, si socializza.

E così, la ricorrenza di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, affondando le sue radici in gesti e simboli più antichi eppur sempre attuali ci consegna una delle feste più suggestive della tradizione contadina: un rito purificatorio e propiziatorio per la fine dell’inverno, il nuovo anno e il nuovo raccolto. Ambivalente e pericoloso, il fuoco oggi è spesso nascosto e controllato, ma nella nostra memora resta vivo coi suoi archetipi e a noi abitanti di spazi virtuali non ci resta che gridare:

"Foco foco per ogni loco, per tutto il mondo foco giocondo" !


Gli Ospedalieri Antoniani e il Fuoco di Sant’Antonio


Miniatura tratta dal ‘Libro d’Ore di Catherine de Cleves’ (1440 circa), The Morgan Library & Museum

I canonici regolari di Sant'Antonio di Vienne erano un ordine ospedaliero e monastico-militare medievale, i cui membri erano chiamati anche Cavalieri del fuoco sacro, (riferito alla malattia oggi detta ergotismo, causata dalla segale cornuta). Essi si dedicavano alle cure degli ammalati di ergotismo che cercavano conforto presso i santuari di sant'Antonio abate. Venivano anche soprannominati Cavalieri del Tau, per la loro divisa formata da una veste e da un manto neri, con una croce di soli tre bracci di colore azzurro, cucita sopra il cuore.

L'Ordine in origine era formato da infermieri e frati laici che avevano come superiori religiosi i Benedettini dell'abbazia di Montmajour presso Arles. In Italia i primi ospitali sorsero lungo la via Francigena e giunsero fino a Teano (CE) e presso Napoli.

L'Ordine lasciò traccia del suo passaggio attraverso una serie pressoché infinita di ospedali e luoghi di culto dedicati a sant'Antonio abate distribuiti in tutta Europa. Naturalmente la scelta delle località in cui sorgevano le fondazioni degli antoniani era determinata dagli scopi a cui esse erano destinate: l'accoglienza dei viaggiatori e dei pellegrini e la cura dei malati. Non a caso accanto a ogni fondazione spesso è testimoniata la presenza dell'ospedale. Solitamente questo era un edificio spartano che comprendeva una cucina con la mensa, i dormitori, una cappella e alcuni locali di servizio. Qui all'ospitalità si affiancava la cura delle malattie che colpivano i pellegrini durante il loro viaggio. Una delle maggiori comunità antoniane fu fondata a Napoli alla fine del XIII secolo. Nel ‘700 si fusero con l’Ordine di Malta e quello Costantiniano.

La malattia che l'Ordine antoniano curava in modo specifico era l'ergotismo conosciuta nel medioevo con il nome di «fuoco di Sant'Antonio» (soprannome in seguito attribuito anche all'herpes zoster), molto diffuso tra i poveri a causa della cattiva alimentazione, prevalentemente a base di cereale che favoriva l'ingestione di segale cornuta (veniva così chiamata la segale contaminata da un fungo che provocava l'intossicazione). Gli Antoniani usavano il grasso di maiale come emolliente per le piaghe provocate dal fuoco di Sant'Antonio (herpes Zoster).

Fu grazie alla loro opera che nel periodo medievale, il culto di sant'Antonio si diffuse e fu reso popolare. Essi ne consacrarono anche l'iconografia che è giunta fino a noi: un anziano avanti negli anni, con un bastone e un campanello, che scuote nel suo incedere (proprio come facevano gli Antoniani) e in compagnia di un maiale, dal quale essi ricavavano il grasso per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe. Il bastone da pellegrino termina spesso con una croce a forma di tau che gli Antoniani portavano cucita sul loro abito (thauma in greco antico significa stupore, meraviglia di fronte al prodigio).

Quando nel XI secolo gli abitanti delle città si lamentavano della presenza di maiali che pascolavano liberamente nelle vie, i Comuni s'incaricarono di vietarne la circolazione, fatta sempre salva l'integrità fisica dei suini «di proprietà degli Antoniani, che ne ricavavano cibo per i malati, balsami per le piaghe, nonché sostentamento economico», infatti per guarire dall’ergotismo bastava mangiare carne anziché segale. Guai a chi dovesse rubar un maiale, perché il Santo si sarebbe vendicato colpendolo con la malattia, anziché guarirla.

È interessante notare che anche se non abbiamo tracce dirette della presenza degli Antoniani qui a Ponte, abbiamo un toponimo, Via Ospedale, che è vicino a quella che potrebbe essere un passaggio della Via Francigena, a ridosso di ciò che resta di una Struttura, a noi nota come Abbazia, di origine benedettina e dedicata ad una Santa, Santa Anastasìa di Sirmio, anch’essa proveniente dal mondo orientale, una Santa Farmacolìtria, protettrice dalle malattie e dagli inganni del demonio.


Sant'Anastasia Martire, Farmacolitria,

Icona bizantina del XIV-XV secolo, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo, Russia.

 La Liberatrice dai Veleni

venerdì 31 ottobre 2025

Flumena, una janara. Racconto

Flumena è personaggio inventato su quanto di conoscenza personale dell'autrice, adattato ad un contesto specifico, ma sarebbe potuto esistere davvero. 


In un tempo antico, che dorme ormai nei nostri ricordi lontani, quando il torrente Alenta scorreva fragoroso ad alimentare i mulini sotto la Ripa, a Ponte viveva una donna di nome Flumena.

Era una giovane orfana. Aveva un viso d’angelo e sapeva far fiorire i gerani anche d’inverno. Viveva sola ai margini del Castello, lì dove giungeva il bosco frondoso del Monte e chi passava per il tratturello sentiva spesso profumo di dolci al miele che amava preparare per addolcire tisane e decotti o per profumare il poco cibo che aveva. Camomilla, menta, timo, origano, salvia o rosmarino facevano bella mostra di sé in ordinati mazzetti appesi al soffitto o alle pareti e insieme ad altre piante e fiori sembrava che abbellissero quelle quattro mura profumate di lavanda. Il suo buon cuore la faceva preoccupare per gli animaletti che a volte cercavano ristoro al limitar del bosco. Amava la compagnia dei gatti e i gatti erano amici discreti e silenziosi, così come quella dei bimbi che spesso andavano a bussare alla sua porta sapendo che avrebbero avuto sicuramente un biscotto o un dolcetto.

Era cresciuta con una vecchia che le aveva insegnato tutto ciò che serviva per sopravvivere. Sapeva quale erba era buona per fermare il sangue e quale corteccia sbriciolare per abbassare la febbre. In casa conservava flaconi, boccette e scatoline piene di elisir, oleoliti e unguenti… tante cose che la vecchia le aveva lasciato o le aveva insegnato a realizzare. Ogni tanto veniva qualcuno dal paese a chiedere quella boccetta per le verruche o la pomata per far crescere i capelli e lasciava delle uova, un po’ di carne, della verdura... Lei non aveva mai chiesto niente, soprattutto mai chiesto denaro, eppure quando andava al forno comune, giù alla Ripa, notava che le altre donne la evitavano e bisbigliavano alle sue spalle. Non riusciva mai a capire cosa dicessero davvero. Arrivavano frasi mozzate che parlavano di Janare che avevano visitato la casa di Compa’ Peppe, o che avevano intrecciato criniere ai cavalli nella stalla di Compa’ Giuann’, o che il figlio di Bettina, così bello, dalla faccia janca ‘e rossa, deperiva ogni giorno di più. Parole come ‘fattura’, ‘malocchio’, ‘janara’… si mescolavano al fragrante profumo del pane cotto nel forno a legna. Eh sì! Janara…come la famosa Gioconna, vissuta anni prima giù alla Piana tra le valli disegnate dai tumultuosi torrenti e i Colli ricoperti di boschi, e che qualcuno insinuava essere stata una sua antenata.

Le persone a volte hanno paura di chi non conoscono o di chi è diverso. E lei era così bella… con un viso d’angelo incorniciato da una riccia capigliatura ramata che poteva solo generare invidia e malocchio in chi la natura e la vita non gli avevano donato né grazia né conoscenza. La vecchia le aveva sempre detto di ignorare la gente del paese e fortunatamente a lei non dispiaceva la sua vita fuori le mura del Castello nei pressi del bosco. Voleva vivere in pace e lì ce n’era tanta. Era una vita dignitosa e serena e a lei piaceva.

Ma il suo destino si presentò un giorno d’estate nelle vesti di un bel giovane fermatosi a riempire la sua fiaschetta alla fontana in piazza. 

Quel giorno era andata a prendere l’acqua di buon’ora come tutte le altre mattine. Preferiva andare presto per non incontrare troppa gente. Si fermò quando vide che c’era già qualcuno vicino ad una delle bocche con la faccia di lupo. Pensò che comunque avrebbe potuto usare una delle altre vasche e riprese ad avvicinarsi. Più si avvicinava, più osservava questa persona e più qualcosa si muoveva dentro di lei. Emozioni nuove di cui la vecchia non aveva fatto in tempo o non aveva voluto parlarle. Quel giovane così vestito bene e pulito, era la prima volta che lo vedeva. Forse era uno straniero. Aveva movenze forti e sicure, non era magro e curvo come altri giovani provati dal duro lavoro nei campi. Aveva i capelli così scuri da sembrare li avessi tolti alla notte. Improvvisamente uno sguardo misto a stupore e sicurezza agganciò il suo finché lei, sentendo il sangue salirle fino alle guance, abbassò la testa e si fermò come imbambolata. Anche il giovanotto era rimasto colpito da questa fanciulla apparsa silenziosa e leggera, quasi fosse emersa dal bosco da dove veniva, ma appena si riprese, memore delle buone maniere imparate in città, si offrì di aiutarla a riempire la ‘langella’. Flumena, imbarazzata e impacciata, accettò ma subito dopo corse via come se fuggisse da chissà quale pericolo. Ed in effetti, quel giorno, un grave pericolo si era insinuato in lei.  

Ogni mattina si incontravano presto alla fontana, parlavano e si raccontavano delle loro vite. Nicola, figlio del protomedico don Andrea, le chiedeva delle erbe e a lei non sembrava vero che qualcuno, oltre alla vecchia, fosse curioso di conoscere le virtù delle piante. Nicola stava studiando per prendere il posto di suo padre e pensava che le erbe potessero essere altrettanto utili quanto i salassi con le sanguisughe. E così alla fontana giorno dopo giorno, anfora dopo anfora… i due si innamorarono. Ma una mattina, donna Cuncetta li vide parlare da soli con quella familiarità che tradiva i loro sentimenti e corse allarmata dalla madre di Nicola. Donna Maria si precipitò in piazza e con una scenata richiamò il figlio e lo mandò a casa, poi afferrò Flumena, rimasta lì stranita, per i bei lunghi capelli sciolti, la strattonò fin fuori dal Castello e lì la lasciò urlando: “Brutta Janara, stai lontano da mio figlio o ti faccio rinchiudere nelle sette grotte! 

Flumena, invece, tornò alla fontana il giorno dopo e quello dopo ancora e poi ancora e ancora, ma Nicola non tornò più. Nicola, era stato allontanato di corsa quel giorno stesso, accompagnato da uno zio a Benevento che lo avrebbe portato con sè a vendere mantelli di lana lungo i tratturi, così da non poter ritornare mai più a Ponte. 

Una mattina di fine ottobre, quando l’autunno porta la nostalgia nel cuore e con le foglie fa cadere le speranze, Flumena alla fontana incontrò donna Maria che con disprezzo l’apostrofò: “brutta Strega, pensavi di poter usare le arti magiche su mio figlio? Senza di esse Nicola non ti avrebbe mai voluta: sei brutta, sei orfana e sei povera!” Poi prese fiato e aggiunse con compiacimento: “Ma ora non potrai più niente. Ora finalmente ha incontrato una persona per bene, una donna adatta a lui e presto si sposeranno.”

In quel momento, come se fosse stato un cristallo di rocca, il cuore semplice di Flumena si spezzò. Nicola l’aveva abbandonata, aveva scelto un’altra donna. Rimase lì immobile, come una pietra eretta in mezzo al dolore e mentre saliva la nebbia dal fiume in quella fredda mattina d’autunno, si fece essa stessa nebbia e vento. Quando, infine, in tarda mattinata il sole fece capolino, lei era sparita, nessuno seppe più niente di lei o semplicemente nessuno volle sapere più niente di lei. 

Eppure non l’hanno dimenticata.

C’è chi dice che di notte il suo spirito vaga ai crocicchi sperando di incrociare il cammino di Nicola lungo i tratturi; chi dice che ha trovato pace nelle sette grotte e chi di notte vola dalla Ripa ai mulini giocando coi gorghi dell’Alenta. Qualcuno giura di aver visto un’ombra fugace vicino alla fontana e altri una presenza sfuggente nei vicoli, c’è chi dice addirittura che insieme a Gioconna volano insieme al Sabba …ma non c’è da aver paura, soprattutto se sei un gatto o un bambino. Epperò se sei un adulto lascia un biscotto profumato tutto per lei e Flumena non ti farà alcun male.  

*Gioconna è la protagonista di un racconto pre-esistente

domenica 28 settembre 2025

 

Carnevale è morto, viva Carnevale!

Fenomeno estremamente complesso, il Carnevale si sovrappone, si reinventa e si conserva nel rielaborare quegli elementi arcaici e quei bisogni primordiali che ‘travestiti’ sotto maschere e colori, dispersi tra risate, canti, balli e musiche assordanti giungono fino a noi ancora riconoscibili.

Il Carnevale è un periodo di festa non istituzionalizzata, pur se riconosciuta ed accettata nei paesi a prevalenza cristiana, dalla durata non uniforme che abbraccia il periodo che precede il ‘Mercoledì delle Ceneri’, ovvero della Quaresima. Il termine è usato anche per indicare solo gli ultimi giorni di festa o i giorni del ‘Giovedì’ e ‘Martedì Grasso’.

La maggioranza degli studiosi propende per l’origine cristiana della festa ed interpretano etimologicamente il Carnevale come il momento in cui si ‘toglie la carne’, dopo l’ultima abbuffata del Martedì Grasso, prima che inizi il tempo di astinenza, rinuncia, sacrificio, ritiro in se stessi della Quaresima. Essi considerano il Carnevale solo la festa presente nei paesi cristiani e lo ritengono non assimilabile ad esso alcuna altra festa che, pur avvenendo alle porte della primavera, implichi mascheramenti e travestimenti, canti, balli, sfilate, orge alimentari, mimiche di lotte, falò di un qualche personaggio, allontanamento o uccisione più o meno simbolica di capri espiatori. Eppure, le crociate che spesso alcuni cristiani fanno contro il Carnevale e contro Halloween ponendoli sullo stesso piano di condanna, sono paradossalmente il riconoscimento indiretto delle sue radici pagane e arcaiche. Alcuni riservano a queste feste la stessa condanna morale che in passato la Chiesa ha attuato contro il teatro, che, non a caso, condivide con entrambe l’uso della ‘maschera’ e il capovolgimento della realtà. in effetti, la Chiesa non ha assegnato alle due feste alcun evento importante nel calendario liturgico, anche se il Carnevale è stato istituzionalizzato nel tentativo di controllarne gli eccessi. La cosa interessante è che entrambe le feste si pongono in due momenti dell’anno (agricolo) assimilabili a ‘porte’: una aperta verso il riposo dell’inverno e l’altra verso il lento risveglio della primavera. 

Il Carnevale, però, copre un periodo più lungo rispetto ad Halloween, che si consuma in una notte. La durata del Carnevale, infatti, varia a secondo che lo si faccia iniziare il giorno di Santo Stefano, cioè il 26 dicembre, quello dell’Epifania (6 gennaio), la Domenica di Settuagesima, cioè settanta giorni prima di Pasqua o il più diffuso 17 gennaio, quando la chiesa festeggia sant’Antonio Abate con un falò e con una tradizionale benedizione degli animali. Inoltre, in alcune tradizioni il Carnevale termina oltre il Mercoledì delle ceneri. Ad esempio, il Carnevale Ambrosiano termina con il ‘sabato grasso’ e altrove è diventato appuntamento fisso oltre il limite canonico dissociando definitivamente il Carnevale dal calendario liturgico e conclamandolo festa a se stante, profana, fuori anche dal calendario secolare.


 Giovanni Domenico Ferretti Arlecchino e Colombina.


Il tempo della festa.

La questione del tempo della festa e quindi del ‘periodo carnevalesco’, al di là dei differenti momenti di apertura e di chiusura, ci ricorda quanto fosse importante in passato la scansione del tempo e la divisione tra tempi sacri e profani ad informare la vita delle persone. Il tempo era ‘visibile’ nello scorrere delle stagioni e il tempo vuoto dell’inverno, in attesa di un nuovo ciclo, di una nuova rinascita, offriva lo spazio per festeggiare liberi dai lavori dei campi. Il periodo coperto dal Carnevale si sovrappone e riprende elementi da più di una festa del mondo romano, che a sua volta aveva assimilato culti e rituali esotici e traghettato altri ancora più antichi. Anche se quelle feste si susseguivano dal nostro 25 dicembre fino al nostro Marzo, con il suo equinozio di primavera, il Carnevale sembra aver sintetizzato i saturnali, i lupercali, le antesterie, il navigium Iside, i rituali di purificazione, di rinnovamento del cosmo (dal caos) e di fertilità, che avvenivano nel cuore dell’inverno e a ridosso dell’inizio della primavera, quando la luce comincia ad aumentare giorno per giorno sconfiggendo l’oscurità.

Bisogna però fare una distinzione. Esiste tuttora un Carnevale rurale accanto a quello che potremmo definire ‘urbano’, ovvero quello vicino alla nostra esperienza; il primo è radicato fortemente nella tradizione agricola e l’altro si è staccato da quella secoli fa e si è evoluto in manifestazioni in parte diverse rielaborando i contenuti originari. Nel nostro quotidiano, infatti, il Carnevale ha perso la sua ‘sacralità’ di tempo di rifondazione di un nuovo ciclo. Si riduce sempre più ad una festa per i bambini, un gioco, una finzione che avendo perso il suo senso non può ricreare. In fondo, nato in un contesto agricolo ed evolutosi in ambito urbano, oggi non è più il ‘tempo della festa’. Le tradizioni che si erano conservate travestendosi nei secoli si stanno spegnendo.  Scherzi, risate, abbuffate, maschere, carri, falò, coriandoli, finte battaglie, sfilate… sono diventate esse stesse ‘maschere’ vuote. Come un albero a cui sono state tagliate le radici, le radici del tempo ‘vuoto’.

Il Carnevale morirà quando l’uomo, perso totalmente il contatto con la natura, non si sentirà più in balia delle forze oscure dell’inverno, non dovrà lottare con gli altri predatori per sopravvivere, non dovrà ingraziarsi il favore degli spiriti o allontanare i demoni, non dovrà temere l’infertilità o i capricci meteorologici da cui dipende la sua esistenza. Ma forse il Carnevale vivrà solo un altro travestimento storico. La sua storia dimostra quanto sia duro a morire.

Carnevale, questioni etimologiche

Levare la carne’ o portare in processione il ‘carro navale’? La maggior parte degli studiosi propende per la prima interpretazione delimitando storicamente il Carnevale nel mondo cristiano di fine Medioevo. Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" o "carnevalo" si trovano, infatti, in testi del XIII e risulta che a Venezia si festeggiasse già nel 1200. Il Carnevale che conosciamo noi, quindi, nasce sul finire del Medioevo in Italia, in tempo per diffondersi nel mondo cattolico.



Dipinto a olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio,1559

La festa dei folli precedeva coi suoi eccessi, i suoi bagordi e le sue licenziosità il momento di togliere la carne per l’astinenza dovuta durante la Quaresima. Dal Medioevo in poi il Carnevale venne tollerato ed in parte istituzionalizzato e mantenuto in vita proprio dalla Chiesa. Nella cattolicissima Spagna le battaglie tra ‘don Carnal’ con ‘doña Cuaresma’ sancivano la vittoria di quest’ultima, e anche delle istituzioni religiose, sull'esaltazione del caos e dei rituali che giungevano dal passato.

Eppure, sono ben chiari le radici pagane del Carnevale che affondano in diverse feste a loro volta rielaborate nel tempo e diffuse nel vecchio mondo. Si possono riconoscere facilmente le caratteristiche che il Carnevale ha sintetizzato: ribaltamento sociale, sfrenatezza dei costumi, ebbrezza e licenziosità, travestimento e maschere, gare o lotte anche solo simboliche, rituali di fertilità e rituali di purificazione, falò, orge alimentari, uso apotropaico di alcune maschere e dei rumori, sospensione dell’ordine costituito… il tutto in un periodo di ‘passaggio’ nel calendario solare e agricolo.

 


Frammento di barca di Iside Pelagia proveniente dall'Iseo di Benevento

Chi fa derivare, invece, la parola Carnevale da ‘carro navale’ lo riporta indietro nel tempo alla celebrazione del ‘navigium Iside’. Una festa diffusa nell’impero romano che prevedeva una sfilata, con persone travestite e mascherate, dietro un carro a forma di nave per inaugurare la ripresa della navigazione agli inizi di marzo. Anche nelle Antesterie dedicate a Dionisio si sfilava dietro un carro su cui era ‘Colui che doveva rigenerare il Cosmo’. E un’altra nave ancora sfilava su ruote ancor prima in Sumeria, sempre con il compito di portare in trionfo il rigeneratore dell’ordine dopo aver dato agio al Caos di ‘ricreare’ il mondo (notare il senso della parola ‘ricreazione’ in italiano). La nave con il suo richiamo alle acque della vita e della morte si fa simbolo in queste celebrazioni legate alla fertilità della terra, al saluto ai morti, alla rinascita e alla purificazione.

Più si guarda indietro e si allarga lo sguardo alle civiltà intorno al Mediterraneo (e oltre) e più si ritrovano altre manifestazioni che nel cuore dell’inverno e a ridosso della primavera manifestavano questa perdita di controllo controllata più o meno con gli stessi elementi.

 


Il biancospino e il corbezzolo erano sacri alla dea Carnia

Non solo ‘levare la carne’ o ‘carro navale’, nel termine Carnevale si può ritrovare anche il nome della dea Carna. Ovidio nei Fasti dice di lei: “Con la sua potenza apre ciò che è chiuso e chiude ciò che è aperto”. Festeggiata a giugno, era una dea degli inferi che proteggeva il benessere degli uomini, soprattutto gli organi interni, le viscere, quindi la vitalità, la vita. La dea era anche sposa del dio Giano, dio delle porte, dei passaggi, bifronte guarda nel futuro e nel passato. Carna era la dea dei cardini (delle porte ma anche dei punti cardinali e dell’asse del cardo). Un’altra curiosità: Carna è anche la dea delle fave e della pancetta, ritenuti adatti ad irrobustire il corpo. Ancora oggi il Carnevale è associato a piatti a base di carne di maiale, soprattutto salsiccia, e fino a qualche tempo fa i dolci si friggevano nel lardo.

Se guardiamo poi al sostrato indoeuropeo, nel pantheon delle divinità sanscrite si può associare al Carnevale Kamadeva, il dio dell’amore inteso come desiderio ‘carnale’, proprio della lussuria, la cui iconografia ricorda Cupido con arco e frecce.



Madan o Kama Deva in una illustrazione del libro "Voyage aux Indes orientales et à la Chine" di Pierre Sonnerat ,1782

Oggi la moralizzazione dei costumi ha ridotto di molto la presenza dell’elemento sensuale nel Carnevale, in passato molto più presente, anche se in alcuni Carnevali, ad esempio come quello di Rio, ancora si manifesta e viene esaltata. Kamaveda era il compagno della Primavera e come altre divinità del mondo agrario, muore e risorge per permettere alla vita di continuare attraverso la sessualità. Oggi in India c’è una celebrazione che prevede un falò e una sorta di lotta con i colori, oltre a balli, canti e divertimento caotico. In pratica un carnevale. Altre feste sono assimilabili al Carnevale nel periodo pre-primaverile o primaverile che avvengono con parate, sfilate, mascheramenti o travestimenti di qualche sorta, musiche, balli, carri, risate e divertimento ma non sono considerati ‘carnevali’ malgrado abbiano origine nel modo in cui l’uomo affronta il transito fino al rinascere della vita così come faceva qualche migliaio di anni fa.

La preistoria, con gli sciamani e le loro maschere di animali a legare i mondi dei vivi, dei morti e degli spiriti, continua tuttora in linea diretta nei carnevali tradizionali rurali che hanno tratti comuni anche a distanza di kilometri: i Mamuthones sardi e le maschere del folklore slavo o quello cantabrico, tedesco e austriaco... si somigliano fino a confondersi.



In Bulgaria...

Lì dove la natura (montagne e campagna) è ancora una potenza da temere ed esorcizzare ritroviamo costumi in pelle, suoni di campanacci, corna, fuochi, lotte o corse, quasi identici. In Germania si aggiungono alle promesse dell’imminente primavera anche quelle di matrimonio.

 



...e in Sardegna

Nel periodo dell’anno in cui c’è un cambio cosmico, il mondo si ricrea e in questo varco i mondi comunicano (come ad Halloween). Questi Carnevali stanno scomparendo, intanto attestano ciò che al di là dei passaggi religiosi e culturali è comune a tutti gli uomini: come in balia degli elementi l’uomo esorcizzi la paura e dal caos ritrova un ordine, a Budapest come sui Pirenei. È questo il relitto di una ‘religione’ preistorica? O l’uomo reagisce allo stesso modo di fronte alle stesse difficoltà?

 


Voce 'Carnevale' nel Dizionario Etimologico

Non lo sappiamo. Torniamo alla questione etimologica. La scelta delle parole implica una scelta di senso e la narrazione interpretativa, di cui quel senso è la chiave, ci consegna la visione di un passato diverso a seconda della chiave che scegliamo. Per il dizionario etimologico la versione ‘carro navale’ non è da accreditare. Eppure malgrado gli svuotamenti di significati e le trasformazioni e gli spostamenti di senso attuati nei secoli, la forma si può ancora osservare quasi immutata nel tempo.

Perché quindi fare una questione etimologica sul Carnevale? Perché la maggioranza degli studiosi lega il carnevale al calendario cristiano assecondando la teologia che dopo aver combattuto le feste pagane su cui si era innestato il carnevale lo hanno inglobato, tollerandolo e quasi incoraggiandolo come valvola di sfogo sociale. Questo però implica che certi ‘riti’ hanno attraversato il medioevo, inoltre, anche se spesso vengono ignorati, tali riti appartengono anche ad altre culture lontane nel tempo e nello spazio dal mondo cattolico.

Il carnevale quindi si mostra fenomeno complesso e non facilmente riconducibile ad una unica sorgente. Forse è per questo che anche quando muore poi rinasce e si trasforma senza mai perdere i sui tratti essenziali: il riso, l’orgia alimentare, la festa, il mascheramento, il sovvertimento, la partecipazione di ogni strato della società, il falò, la musica o il rumore. Un condensato di elementi etno-antropologici ognuno dei quali merita una trattazione a parte.